Un convegno della Fondazione Ansaldo a Genova riunisce ricerca subacquea, archivi e testimonianze. L’esploratore Andrea Murdock Alpini descrive il deterioramento della nave, mentre la sopravvissuta Pierette Domenica Simpson ricorda la notte della collisione.
GENOVA – Il relitto dell’Andrea Doria continua a deteriorarsi sul fondo dell’Atlantico. A settant’anni dalla collisione del 1956, il problema della conservazione della sua memoria è tornato al centro di un incontro promosso dalla Fondazione Ansaldo, nella sede di Villa Cattaneo dell’Olmo.

Il convegno del 6 ottobre 2026, dedicato alla storia industriale e umana del transatlantico, ha messo in relazione documenti d’archivio, esplorazioni subacquee e racconti di chi sopravvisse al naufragio. Un confronto sul passato della nave e sulle testimonianze che possono ancora essere preservate.
Andrea Murdock Alpini, esploratore e ricercatore subacqueo, ha descritto il relitto come un insieme di strutture sempre più fragili: «L’Andrea Doria sta scomparendo lentamente sul fondo dell’Atlantico».
La sua preoccupazione riguarda anche gli oggetti ancora presenti a bordo, che rischiano di andare perduti con il progressivo deterioramento della nave.
Tra le voci dell’incontro, quella di Pierette Domenica Simpson, che al momento della tragedia aveva nove anni. Il suo racconto restituisce la dimensione personale di un evento diventato parte della storia marittima italiana.
Nell’occasione è stato inoltre donato alla Fondazione un piatto recuperato durante l’ultima spedizione, affinché possa contribuire alla conservazione e alla conoscenza di quella storia.
La collisione del 1956 e il salvataggio dei passeggeri
La tragedia avvenne la sera del 25 luglio 1956, quando l’Andrea Doria, diretto verso New York, entrò in collisione con la nave svedese Stockholm, al largo di Nantucket, sulla costa nordorientale degli Stati Uniti.
Il transatlantico italiano affondò il giorno successivo. Il bilancio generalmente riportato è di 51 vittime complessive: 46 sull’Andrea Doria e 5 sulla Stockholm, una distinzione importante rispetto al dato riferito alla sola nave italiana.
Le operazioni di soccorso permisero di mettere in salvo la grande maggioranza delle persone a bordo. Tra le navi intervenute ebbe un ruolo fondamentale il transatlantico francese Île de France, ricordato anche dalla testimonianza di Simpson.
L’Andrea Doria era stata costruita dai Cantieri Navali Ansaldo di Sestri Ponente per la società Italia di Navigazione. La sua storia appartiene quindi anche al patrimonio industriale genovese, documentato dalle raccolte della Fondazione.
Il convegno ha ripercorso progettazione, costruzione, collisione e soccorsi, collegando le diverse fasi della vicenda.
La scelta del 6 ottobre richiama un precedente incontro organizzato da Francesco Scotto nel 1988. Negli archivi della Fondazione sono conservate documentazioni e trascrizioni legate a quel confronto, insieme a memorie e relazioni sull’affondamento.
A distanza di 38 anni, l’iniziativa ha riaperto il dialogo tra ricerca storica e testimonianza diretta.
Il relitto che cambia e gli oggetti da preservare

Per Alpini, la trasformazione del relitto rende urgente il lavoro di documentazione. Le sue parole descrivono una nave ormai lontana dall’immagine del transatlantico in navigazione: «Questa nave appare oggi come insieme di ossa sul fondo del mare».
La preoccupazione espressa dall’esploratore riguarda ciò che potrebbe scomparire prima di essere studiato o recuperato. «Se non li recuperiamo, scompariranno per sempre», afferma riferendosi agli oggetti ancora presenti.
Il recupero di un reperto può restituire informazioni sulla vita a bordo, sugli ambienti e sulle abitudini dei passeggeri. Il suo valore storico cresce quando viene accompagnato da una documentazione che ne chiarisca provenienza e contesto.
Durante l’ultima spedizione, la squadra ha compiuto anche un gesto simbolico: ha portato un piatto sul relitto, anziché limitarsi a prelevare oggetti. Secondo il racconto di Alpini, ne esistono soltanto dodici copie.
Un altro piatto, recuperato nell’immersione, è stato donato alla Fondazione Ansaldo a nome della spedizione “Un lembo di Patria” di Phy Diving Equipment.
L’esploratore ha prospettato la possibilità di tornare sull’Andrea Doria nel 2027, precisando però che si tratta di un’eventualità. L’incontro non ha indicato una data definitiva per nuove immersioni né una scadenza entro cui il relitto potrebbe disgregarsi completamente.
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Pierette Simpson: il ricordo della paura e dei soccorsi
La testimonianza di Pierette Domenica Simpson riporta il racconto alla notte del naufragio. Allora bambina, ricorda soprattutto il rumore delle bottiglie cadute durante la collisione e la difficoltà di comprendere ciò che stava accadendo.
I nonni, invece, avevano percepito il pericolo. Dopo aver saputo che un’altra nave aveva colpito il transatlantico, iniziarono a pregare: «Pensavamo di morire», racconta Simpson.
Il passaggio alla salvezza rimane legato a un’immagine precisa: un marinaio dell’Île de France che la accolse a bordo con un «bonsoir». «A quel punto sapevo di essere in salvo», ricorda.
Da anni Simpson si dedica alla storia della nave e alla figura del comandante Piero Calamai. La sua convinzione che fosse stato accusato ingiustamente è parte della testimonianza e dell’impegno personale con cui affronta la vicenda.
Il docufilm “I passeggeri sono in salvo?” richiama proprio la preoccupazione del comandante per le persone affidate alla nave.
Il futuro della memoria dell’Andrea Doria passa così attraverso strumenti diversi: archivi, reperti, immagini subacquee e racconti dei sopravvissuti. Il deterioramento del relitto rende ancora più importante raccogliere e mettere in relazione queste fonti, preservando una storia che riguarda insieme industria, navigazione e vite umane.









