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A un anno dal lancio, la startup fondata da Roberto Alma, Daniele Costa e Matteo Moscioni annuncia 2.500 utenti e oltre 10.000 pareri generati. La piattaforma assiste studi legali e imprese nella ricerca e nella redazione, ma non sostituisce responsabilità e controllo del professionista.

Budda Law compie un anno e dichiara di aver raggiunto 2.500 iscritti, circa 2.500 interrogazioni mensili e più di 10.000 pareri legali generati. Sono i numeri comunicati dalla startup legal tech fondata dagli avvocati Roberto Alma, Daniele Costa e Matteo Moscioni, operativa online da luglio 2025 con sede principale a Roma e un polo di ricerca e sviluppo a Villorba, nel Trevigiano.

La crescita segnala l’interesse degli studi professionali verso strumenti capaci di velocizzare ricerche, analisi di documenti e produzione di prime bozze. L’espressione promozionale secondo cui «l’intelligenza artificiale diventa avvocato», tuttavia, richiede una precisazione: un software può supportare il lavoro legale, ma non assume il ruolo, gli obblighi deontologici o la responsabilità professionale dell’avvocato.

Come funziona Budda Law e su quali documenti lavora

Secondo le informazioni diffuse dalla società, il sistema utilizza una base documentale proprietaria composta da circa due milioni di provvedimenti giurisprudenziali, aggiornata con cadenza settimanale. Il patrimonio comprenderebbe decisioni della Cassazione e delle corti di merito, materiali in materia tributaria e privacy, oltre a normative, modelli di atti e contratti.

La piattaforma è progettata per rispondere a quesiti giuridici, elaborare pareri argomentati e predisporre documenti personalizzati. Il professionista può inoltre fornire istruzioni e modelli propri, adattando il risultato al metodo e allo stile dello studio. Non si tratta quindi soltanto di rivolgere una domanda a un chatbot generalista, ma di lavorare all’interno di un ambiente specializzato nel diritto italiano.

Budda Law adotta un sistema di acquisto a crediti, senza imporre necessariamente un abbonamento continuativo. Il pagamento per singola interrogazione punta ad abbassare la soglia d’ingresso per piccoli studi, consulenti e imprese che utilizzano questi strumenti in modo saltuario.

I dati su utenti, interrogazioni, quantità dei documenti e pareri prodotti provengono dalla startup e non risultano accompagnati, nel comunicato, da una certificazione indipendente. La società indica comunque un ritmo di crescita di circa 200 nuovi utenti al mese.

Dai webinar ai nuovi strumenti sviluppati con Claude

Nel primo anno l’azienda ha affiancato al prodotto un programma di webinar gratuiti organizzati ogni quindici giorni. Gli incontri affrontano l’uso dell’intelligenza artificiale nel diritto, l’evoluzione delle regole e le applicazioni pratiche per avvocati e uffici legali aziendali.

La società riferisce inoltre l’introduzione di nuovi strumenti verticali sviluppati attraverso la tecnologia Claude, il modello di intelligenza artificiale realizzato da Anthropic. L’obiettivo è creare funzioni focalizzate su singole materie, in grado di offrire risposte più contestualizzate rispetto a quelle di un assistente digitale generalista.

Tra le novità comunicate figura anche la presenza di Budda Law su HorosHub, portale promosso dall’Ordine degli Avvocati di Milano. HorosHub si presenta come un punto di riferimento istituzionale per aiutare gli iscritti a orientarsi tra strumenti di AI affidabili, trasparenti e coerenti con gli standard etico-giuridici.

L’inserimento in un catalogo, tuttavia, non deve essere letto automaticamente come garanzia dell’esattezza di ogni risposta prodotta. Nel diritto l’affidabilità dipende anche dall’aggiornamento delle fonti, dalla corretta ricostruzione del caso concreto e dalla verifica delle citazioni utilizzate.

Perché l’intelligenza artificiale non sostituisce l’avvocato

Il vantaggio più evidente di un sistema legale basato sull’AI è la riduzione del tempo necessario per individuare precedenti, confrontare orientamenti e costruire una prima bozza. Il rischio principale è invece rappresentato da risposte plausibili ma inesatte, riferimenti non pertinenti o conclusioni formulate senza considerare tutti gli elementi del caso.

La guida del CCBE pubblicata dal Consiglio nazionale forense ricorda che il dovere di competenza dell’avvocato comprende anche la capacità di comprendere limiti e rischi degli strumenti digitali impiegati. Restano centrali la verifica dell’output, la riservatezza dei dati, il segreto professionale e la tutela delle informazioni del cliente.

In pratica, un testo generato non dovrebbe essere depositato, inviato al cliente o utilizzato per una decisione senza un controllo puntuale delle norme e dei precedenti citati. Anche quando il sistema recupera documenti reali, spetta al professionista valutarne pertinenza, validità temporale e applicabilità.

È proprio su questo equilibrio che si gioca il futuro del legal tech: automatizzare attività ripetitive senza delegare alla macchina il giudizio giuridico e la responsabilità.

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I fondatori e i prossimi obiettivi della startup

Budda Law nasce dall’incontro tra competenze legali e informatiche. Roberto Alma, avvocato e laureato in informatica, lavora da anni su banche dati e ricerca semantica; Daniele Costa si occupa, tra l’altro, di diritto societario, tecnologie, privacy e proprietà intellettuale; Matteo Moscioni è specializzato nel diritto del lavoro e nella compliance.

I fondatori dichiarano di voler continuare a investire in ricerca, formazione e aggiornamento della base documentale, con l’ambizione di costruire una piattaforma italiana capace di confrontarsi con i grandi operatori internazionali.

La sfida non sarà soltanto aumentare il numero degli utenti. Per conquistare la fiducia di avvocati e imprese serviranno trasparenza sulle fonti, protezione dei dati, strumenti che rendano verificabile il percorso delle risposte e prestazioni misurabili. Nel settore legale, infatti, la velocità è utile soltanto quando rimane accompagnata dall’accuratezza.

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