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Abbandonato da bambino, sopravvisse sulle montagne spagnole fino ai 19 anni, imparando a procurarsi il cibo e a comunicare con gli animali. È morto a 80 anni a Rante, in Galizia. La sua vita ispirò studi, libri e il film Entrelobos.

È morto Marcos Rodríguez Pantoja, conosciuto in Spagna come il “niño lobo de Sierra Morena”. Aveva 80 anni e viveva a Rante, nel comune galiziano di San Cibrao das Viñas, in provincia di Ourense, dove aveva trovato una casa dopo un’esistenza segnata dall’abbandono e dalle difficoltà di reinserimento nella società.

La morte risale a sabato 15 agosto 2026 ed è stata resa nota nei giorni successivi dagli amici che gli erano rimasti accanto. La notizia è stata confermata dalla televisione pubblica spagnola RTVE.

Nato il 7 giugno 1946 ad Añora, nella provincia andalusa di Cordova, Marcos Rodríguez è considerato uno dei casi più conosciuti e studiati di bambino cresciuto per un lungo periodo lontano dalla società umana.

Tra i sette e i diciannove anni visse nella Sierra Morena, imparando a sopravvivere in un ambiente selvaggio e sviluppando, secondo i suoi racconti, un legame profondo con una famiglia di lupi. Una storia divenuta celebre in tutto il mondo, nella quale alcuni elementi sono documentati mentre altri derivano principalmente dalle testimonianze fornite dallo stesso Marcos.

L’infanzia segnata dalla povertà e dall’abbandono

Marcos Rodríguez crebbe nella Spagna poverissima del dopoguerra. La madre morì quando lui era ancora piccolo e il padre si legò successivamente a un’altra donna. Il bambino raccontò di avere subìto maltrattamenti e di essere stato consegnato, o venduto, a un proprietario terriero quando aveva circa sette anni.

Venne quindi affidato a un anziano capraio che viveva sulle montagne della Sierra Morena. L’uomo gli insegnò alcune conoscenze fondamentali: accendere un fuoco, trovare acqua, riconoscere le piante e procurarsi il cibo.

Dopo la morte del pastore, Marcos rimase solo. Il territorio nel quale visse viene generalmente identificato con l’area montuosa compresa tra le province di Cordova e Ciudad Real, caratterizzata da boschi, corsi d’acqua e una ricca presenza di animali selvatici.

Le capacità apprese dal capraio furono probabilmente determinanti per la sua sopravvivenza. Marcos riusciva a catturare piccoli animali, pescare, raccogliere bacche e radici e costruire semplici utensili utilizzando ciò che trovava nella natura.

L’isolamento proseguì per oltre un decennio. Durante quel periodo il linguaggio umano si indebolì, mentre il ragazzo imparò a riconoscere e riprodurre versi di uccelli, cervi e altri animali.

La convivenza con i lupi raccontata da Marcos

La parte più conosciuta della sua storia riguarda il rapporto con un branco di lupi. Marcos raccontò di essersi avvicinato inizialmente ai cuccioli e di essere stato sorpreso dalla lupa adulta.

Temendo un attacco, sarebbe rimasto immobile. La lupa, invece, gli avrebbe offerto del cibo e successivamente accettato la sua presenza. Da quel momento, secondo la sua testimonianza, gli animali divennero una vera famiglia.

Marcos ricordava di avere dormito vicino ai cuccioli, condiviso con loro parte del cibo e imparato a riconoscerne i richiami. Da adulto ripeteva che gli anni trascorsi nella Sierra erano stati i più felici della sua vita e che tra gli animali aveva trovato quell’affetto che gli esseri umani gli avevano negato.

Il suo caso fu studiato dall’antropologo e scrittore Gabriel Janer Manila, che lo intervistò tra il novembre 1975 e l’aprile 1976. La ricerca riconobbe come credibile una parte rilevante della sua esperienza, collegandone la sopravvivenza alle capacità acquisite prima dell’isolamento, alla conoscenza dell’ambiente e a una notevole intelligenza pratica.

Lo studio non permette però di verificare autonomamente ogni singolo episodio narrato. Per questo è più corretto parlare di una lunga vita trascorsa accanto agli animali e in contatto con i lupi, evitando di trasformare automaticamente tutti i ricordi in fatti scientificamente provati.

Il ritrovamento e il difficile ritorno tra gli uomini

Nel 1965, quando aveva 19 anni, Marcos fu individuato dalla Guardia Civil e portato via dalla montagna. Il ritorno alla società non rappresentò per lui una liberazione, ma l’inizio di un’altra fase molto dolorosa.

Dovette imparare nuovamente a parlare con continuità, vestirsi, usare le posate, dormire in un letto e comprendere il funzionamento del denaro. Passò attraverso istituti religiosi e strutture assistenziali, senza ricevere sempre il sostegno necessario.

Negli anni successivi svolse diversi lavori, tra cui il pastore e l’impiegato nel settore alberghiero. Visse anche a Mallorca, dove incontrò Janer Manila. La scarsa conoscenza delle convenzioni sociali lo rese spesso vulnerabile a inganni e sfruttamento.

Marcos descriveva il passaggio dalla Sierra alla società come l’uscita dal paradiso e l’ingresso nell’inferno. Conservò per tutta la vita una maggiore fiducia negli animali che nelle persone e manifestò più volte il desiderio di tornare a vivere sulle montagne.

A Rante venne accolto da Manuel Barandela Losada, un poliziotto in pensione che Marcos considerò una nuova figura familiare. Nella località galiziana riuscì infine a trovare una relativa stabilità e trascorse gli ultimi anni raccontando la propria esperienza anche nelle scuole e durante incontri pubblici.

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Il film Entrelobos e l’eredità del “bambino lupo”

La vicenda di Marcos Rodríguez Pantoja raggiunse il grande pubblico nel 2010 con il film Entrelobos, diretto da Gerardo Olivares. Il protagonista bambino fu interpretato da Manuel Camacho, mentre nel cast comparivano anche Juan José Ballesta, Sancho Gracia e Carlos Bardem.

Lo stesso Marcos partecipò al progetto e apparve nella parte finale della pellicola. Il film contribuì a far conoscere la sua storia e gli diede quella credibilità che per molto tempo gli era stata negata.

Gabriel Janer Manila trasse dalla ricerca anche il libro He jugado con lobos, dedicato alla sua esperienza e alle conseguenze dell’isolamento sull’apprendimento e sulla personalità.

La storia di Marcos non è soltanto un racconto straordinario sul rapporto tra uomo e natura. È soprattutto una testimonianza delle conseguenze dell’abbandono infantile e delle difficoltà incontrate da chi viene reinserito nella società senza un’assistenza adeguata.

Marcos aveva trovato nella montagna una forma di appartenenza. Quella vissuta accanto ai lupi, continuò a ripetere fino alla fine, era stata la sua “vera famiglia”.

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