La piattaforma di food delivery Glovo è al centro di un’indagine giudiziaria di estrema rilevanza in Italia: la Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per caporalato nei confronti di Foodinho srl, la società che gestisce il servizio nel nostro paese. L’accusa principale riguarda lo sfruttamento dei rider, cioè i ciclofattorini che consegnano pasti e beni attraverso l’app, spesso con condizioni di lavoro che violano i diritti fondamentali dei lavoratori.
Questo provvedimento, adottato in via d’urgenza dal pubblico ministero Paolo Storari, segue mesi di indagini condotte dal Nucleo Ispettorato del Lavoro dei Carabinieri, che hanno portato alla luce una situazione definita dai magistrati come vero e proprio sfruttamento lavorativo, con retribuzioni sotto la soglia di povertà e in contrasto con il contratto collettivo di riferimento.
Retribuzioni da fame e condizioni di lavoro
Dall’algoritmo alla paga: storie di chi consegna
Secondo gli accertamenti, ai rider di Glovo veniva corrisposto un compenso estremamente basso, circa 2,50 euro per consegna, con paghe che in molti casi risultano fino al 76-80% inferiori alla soglia di povertà e del 81% sotto i livelli previsti dai contratti collettivi nazionali.
Le testimonianze degli stessi ciclofattorini descrivono ritmi di lavoro massacranti: chi lavora tra Milano e altri grandi centri urbani può affrontare 10-15 consegne al giorno, coprendo distanze importanti con biciclette o e-bike di proprietà e ricevendo alla fine del mese compensi che, a volte, non superano gli 800-900 euro lordi, nonostante turni di oltre 10 ore al giorno.
Questa situazione pone in evidenza una contraddizione forte: da un lato la tecnologia e l’algoritmo che organizza le consegne promette rapidità e efficienza agli utenti, dall’altro un modello economico che scarica i rischi, i costi e la pressione sui lavoratori, spesso considerati “autonomi” ma gestiti come se fossero dipendenti diretti.
La reazione della magistratura e gli obiettivi del controllo
Il controllo giudiziario imposto ai vertici di Foodinho non blocca le attività dell’azienda, ma affianca la gestione ordinaria con un amministratore giudiziario incaricato di verificare che vengano rispettate le norme sul lavoro e si arrivi a una regolarizzazione dei rider, con contratti adeguati e retribuzioni conformi alla legge.
L’inchiesta è significativa anche per il fatto che riguarda circa 40mila rider in tutta Italia, con una concentrazione di circa 2mila lavoratori solo nell’area metropolitana di Milano. La Procura contesta non solo le basse retribuzioni ma anche la natura formale delle collaborazioni, che nasconderebbe una relazione di lavoro più strutturata di quella dichiarata dall’azienda.
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Sfruttamento digitale e contraddizioni del modello di delivery
Dal caporalato digitale alla tutela dei lavoratori
Il caso di Glovo sfruttamento non è isolato nel panorama delle piattaforme digitali in Italia e in Europa. Da anni sindacati e associazioni denunciano un fenomeno spesso definito “caporalato digitale”, in cui algoritmi e app gestiscono il lavoro su base precaria, trasferendo costi e responsabilità sui lavoratori mentre i profitti restano nelle mani delle società tecnologiche.
Una delle critiche forti riguarda proprio l’etero-organizzazione algoritmica: un sistema in cui i lavoratori, pur essendo formalmente autonomi, sono costretti a rispettare tempi, percorsi e condizioni impostati dall’app, senza poter negoziare in alcun modo le condizioni contrattuali o i compensi.
Impatti sociali ed economici
La situazione solleva questioni più ampie sulla sostenibilità del modello di gig economy nel lungo periodo, soprattutto in un paese come l’Italia dove il mercato del lavoro è già caratterizzato da forti disuguaglianze e da una ricchezza spesso concentrata nelle grandi aree urbane. Il caso Glovo evidenzia come orari Glovo, sfruttamento e caporalato possano convergere in una narrazione di precarietà che va al di là del semplice delivery, toccando aspetti di dignità del lavoro, sicurezza sociale e responsabilità delle piattaforme digitali.
Con il controllo giudiziario ora in atto e la supervisione di un amministratore nominato dal tribunale, si apre un nuovo capitolo di tutele e novità normative, che potrebbe avere un impatto significativo non solo su Glovo ma su tutto il settore del lavoro digitale in Italia.
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