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Ventotto anni dopo i fatti, l’Italia giudiziaria è tornata a parlare del delitto di Nada Cella, caso che per decenni aveva mantenuto il suo alone di mistero. La Corte d’Assise di Genova ha emesso una prima sentenza di grande peso: Anna Lucia Cecere è stata condannata a 24 anni di carcere per l’omicidio della giovane segretaria, uccisa la mattina del 6 maggio 1996 nello studio dove lavorava a Chiavari. Anche il suo datore di lavoro, il commercialista Marco Soracco, è stato condannato a due anni di reclusione per favoreggiamento delle indagini.

Il verdetto rappresenta un momento cruciale per una vicenda che ha segnato la cronaca ligure ma anche la riflessione sul sistema giudiziario italiano e sui tempi lunghi delle indagini e dei processi, in un caso che ancora oggi solleva interrogativi e commozione.

Nada Cella: Un giallo lungo tre decenni

La storia di Nada Cella comincia in una tranquilla mattinata di inizio maggio del 1996, quando la giovane ventiquattrenne venne trovata priva di vita nello studio del commercialista in via Marsala, nel centro di Chiavari. Per anni il caso era rimasto irrisolto, con indagini e piste che si alternavano senza mai dare risposte definitive, fino alla riapertura degli accertamenti e a un giro di testimonianze e prove che hanno portato alla piena riapertura del procedimento.

La Corte d’Assise di Genova, presieduta dal giudice Massimo Cusatti, si è ritirata in camera di consiglio per diverse ore prima di emettere il proprio verdetto, che porta finalmente nomi e responsabilità in un processo che ha segnato la vita di molte persone.

La sentenza: 24 anni per Anna Lucia Cecere

Con la lettura del dispositivo, la Corte ha stabilito che Anna Lucia Cecere è la responsabile dell’omicidio di Nada Cella. Per l’imputata la Procura aveva chiesto l’ergastolo, richiesta che non è stata accolta, ma la pena inflitta è comunque molto significativa: 24 anni di reclusione. Anche se una delle aggravanti (quella della crudeltà) non è stata riconosciuta, la condanna rimane severa e indica la volontà dei giudici di dare una risposta concreta a un caso troppo a lungo irrisolto.

La sentenza ha inoltre stabilito la condanna di Marco Soracco, il commercialista presso cui lavorava la vittima, raggiunto dalla responsabilità di favoreggiamento perché non avrebbe fornito alla polizia informazioni giudiziarie utili relative alle telefonate effettuate nel suo studio da Cecere. Per Soracco la pena è di due anni di reclusione.

La lettura del verdetto è stata accompagnata da reazioni diverse: da un lato, la famiglia di Nada ha espresso sollievo per il riconoscimento della verità giudiziaria, dall’altro Soracco ha detto di considerare la propria condanna “inaccettabile” e ha annunciato l’intenzione di impugnare il provvedimento in sede d’appello.

La dimensione umana e giudiziaria del caso

La vicenda di Nada Cella non è solo un caso giudiziario, ma una storia umana drammatica. Una giovane donna che aveva davanti a sé una vita e una carriera, spezzata in un luogo di lavoro che doveva essere sicuro e sereno. La decisione dei giudici, giunta dopo tre decenni di attesa, chiude almeno una fase di incertezza e consente di dare un volto e un nome a chi ha subito una tragedia inspiegabile fino a poco tempo fa.

Gli avvocati della difesa di Cecere hanno sempre sostenuto che gli indizi non fossero sufficienti a superare la soglia del “dubbio ragionevole”, mentre l’accusa e la Procura, guidata dalla pm Gabriella Dotto, avevano costruito una ricostruzione dei fatti che ha convinto i giudici a pronunciarsi oltre ogni ragionevole dubbio.

Questo primo grado di giudizio, pur significativo, non è l’ultima parola sul caso: come previsto dal sistema italiano, saranno possibili i gradi successivi di impugnazione, in cui verranno riviste le motivazioni della Corte e le eventuali circostanze del delitto.

La memoria di Nada e il percorso giudiziario intrapreso servono a ricordare che dietro ogni procedura ci sono persone, famiglie, comunità che aspettano risposte. Anche per questo la sentenza di Genova segna un passaggio importante nel percorso di una vicenda che ha toccato non solo il territorio ligure ma l’intero Paese.

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