Cantautore toscano, classe 1993, Corsi non è un esordiente improvvisato ma un artista che da anni costruisce una poetica personale fatta di immagini surreali, testi delicati e una presenza scenica volutamente spiazzante.
A Sanremo, Lucio Corsi ha portato una canzone che ha diviso e affascinato, proprio come accade con gli artisti che non cercano consenso immediato. La sua performance ha riportato al centro il valore dell’autenticità, in un contesto spesso dominato da costruzioni mediatiche più che artistiche.
Lucio Corsi: La musica come racconto personale

La scrittura di Corsi affonda le radici in un immaginario che mescola infanzia, provincia e sogno. Non c’è nostalgia compiaciuta, ma una ricerca costante di senso attraverso la fragilità. Negli ultimi mesi, alcune ricerche online hanno associato il suo nome a presunte condizioni di salute, alimentando voci sulla malattia di Lucio Corsi, mai confermate e sempre respinte dall’artista, che ha più volte ribadito come la sua estetica nasca da una scelta espressiva e non da un disagio fisico.
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Dall’Ariston all’Eurovision
Un’ipotesi che apre nuovi scenari

Il passaggio naturale dopo Sanremo è l’Eurovision, un palcoscenico che potrebbe valorizzare proprio la sua diversità. Lucio Corsi, con il suo linguaggio visivo e musicale non allineato, rappresenterebbe una proposta atipica ma coerente con la tradizione italiana più sperimentale.
Negli ultimi anni l’Eurovision ha premiato artisti capaci di raccontare un’identità forte, più che una semplice hit. In questo senso, Corsi incarna una narrazione che potrebbe dialogare con il pubblico europeo senza rinunciare alla propria cifra stilistica.
Un pubblico che cresce lontano dai riflettori
Il successo di Lucio Corsi non è esplosivo, ma progressivo. I suoi concerti registrano un pubblico trasversale, curioso e attento, che riconosce nella sua musica un’alternativa credibile al mainstream più prevedibile. Sanremo ha solo accelerato un processo già in atto.
In un panorama musicale che spesso corre veloce, Lucio Corsi sembra scegliere la lentezza come forma di resistenza, lasciando che le canzoni trovino da sole il loro spazio.
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