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La sorella del magistrato ucciso nella strage di Capaci contesta la battuta pubblicata dal direttore del Fatto Quotidiano. La polemica nasce dal caso Ranucci-Lavitola e riapre il confronto sull’uso della memoria di Falcone nel dibattito politico.

La frase di Travaglio che ha provocato la reazione di Maria Falcone

Una battuta di Marco Travaglio su Giovanni Falcone e il governo guidato da Giulio Andreotti ha scatenato una dura polemica politica e mediatica. A intervenire è stata soprattutto Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato da Cosa nostra nella strage di Capaci del 23 maggio 1992.

Il passaggio contestato è apparso il 17 agosto 2026 nella rubrica “Ma mi faccia il piacere” del Fatto Quotidiano. Travaglio commentava un articolo pubblicato dal Foglio tre giorni prima, nel quale gli ex magistrati Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala avevano preso posizione sul caso che coinvolge Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola.

Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”, era la sintesi attribuita ai tre. Il direttore del Fatto ha replicato: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”, riferendosi all’incarico assunto dal magistrato al ministero della Giustizia nel 1991.

Maria Falcone ha definito quella frase “indegna” e “un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti”. La sua precisazione è netta: “Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano”.

Nella dichiarazione diffusa dalla Fondazione Falcone, la sorella del giudice ha inoltre invitato a non trasformare il suo nome in uno strumento di scontro: “Qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa”.

Perché nella polemica compaiono Ranucci, Lavitola e le cene al ristorante

Lo scontro nasce dagli sviluppi dell’inchiesta sull’attentato avvenuto nell’ottobre 2025 davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. L’esplosione danneggiò due automobili, una delle quali appartenente alla figlia del giornalista, senza provocare feriti.

Nell’agosto 2026 è stato arrestato l’ex editore e imprenditore Valter Lavitola, accusato dalla Procura di Roma di essere il mandante dell’azione. Lavitola, che aveva rapporti di amicizia con Ranucci e gestiva un ristorante frequentato dal giornalista, ha ammesso di avere commissionato un gesto intimidatorio, sostenendo però di avere inizialmente chiesto alcuni colpi contro il muro della villetta.

Secondo quanto riferito da RaiNews, il gip ha giudicato il movente indicato “inverosimile e privo di riscontri”, confermando la custodia cautelare per il rischio di fuga e di inquinamento probatorio.

La Procura ipotizza che l’attentato potesse servire ad accrescere la notorietà di Ranucci in vista di un possibile progetto politico. Il conduttore non risulta indagato ed è considerato parte offesa; gli investigatori ritengono che fosse ignaro del piano. Le responsabilità di Lavitola e degli altri coinvolti dovranno comunque essere accertate nel procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Dopo le polemiche, Ranucci aveva richiamato in un post le figure di Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È da questo accostamento che sono nate le osservazioni di Violante, Grasso e Ayala e, successivamente, la battuta di Travaglio.

Falcone al ministero: l’incarico del 1991 e il lavoro per l’antimafia

La ricostruzione storica è il punto centrale della risposta di Maria Falcone. Nel 1991 il magistrato lasciò Palermo per assumere l’incarico di direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, su chiamata del ministro Claudio Martelli.

Il Consiglio superiore della magistratura colloca la nomina al 27 febbraio 1991. Falcone operò dunque all’interno dell’amministrazione dello Stato durante il governo Andreotti, ma non ricoprì un incarico politico né lavorò alle dipendenze personali del presidente del Consiglio.

Maria Falcone ricorda che il fratello arrivò a Roma dopo essere stato “progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato” a Palermo. Il trasferimento, nella sua ricostruzione, non rappresentò un avvicinamento alla politica, ma il tentativo di portare la lotta a Cosa nostra “nel cuore dello Stato”.

In quei mesi Falcone contribuì alla costruzione della nuova architettura istituzionale antimafia, fondata sul coordinamento nazionale delle indagini e su organismi specializzati. Tra gli strumenti maturati in quella stagione vi furono la Direzione investigativa antimafia, la Direzione nazionale antimafia e le Direzioni distrettuali.

Giovanni non apparteneva a un governo, non apparteneva a un partito”, ha sottolineato Maria Falcone. Il nodo, quindi, non è negare che il magistrato lavorasse al ministero durante l’esecutivo Andreotti, ma distinguere tra il servizio prestato in un’istituzione della Repubblica e un rapporto di appartenenza politica.

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Dalla Chiesa parla di “schiaffo alla memoria”: reazioni e sviluppi

Alla protesta di Maria Falcone si sono aggiunte numerose reazioni. Rita Dalla Chiesa, deputata di Forza Italia, si è detta vicina alla famiglia per “l’ennesimo schiaffo ricevuto alla memoria” del giudice.

Lui non lavorava per il governo Andreotti”, ha dichiarato, ricordando che Falcone si trasferì a Roma grazie al ministro Martelli per dare maggiore efficacia alla propria azione. Le dichiarazioni sono state raccolte nella ricostruzione pubblicata da Adnkronos.

La presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, ha chiesto a Travaglio di scusarsi immediatamente. Sono intervenuti anche esponenti di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Italia Viva e del Partito democratico, trasformando il caso in uno scontro più ampio sull’informazione e sulla memoria delle vittime di mafia.

Per i lettori è importante tenere distinti i due piani. Da una parte c’è un’indagine giudiziaria ancora aperta sull’attentato a Ranucci, nella quale ipotesi accusatorie e dichiarazioni degli indagati devono essere verificate. Dall’altra c’è una polemica giornalistica sull’opportunità di accostare Falcone alle frequentazioni personali emerse nel caso.

I prossimi sviluppi riguarderanno soprattutto l’inchiesta della Procura di Roma: l’analisi dei dispositivi sequestrati, l’eventuale nuova audizione di Ranucci e il ricorso della difesa di Lavitola contro la custodia in carcere. Sul fronte politico resta invece la richiesta di scuse a Travaglio e il richiamo di Maria Falcone a preservare la storia del fratello dalle semplificazioni.

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