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Negli ultimi anni è stato celebrato come il metodo rivoluzionario per perdere peso e migliorare la salute metabolica. Tra finestre alimentari, schema 16:8 e dieta 5:2, il digiuno intermittente è diventato uno dei regimi più seguiti. Ma cosa dice davvero la scienza?

Digiuno intermittente: fa dimagrire quanto una normale dieta ipocalorica

L’analisi ha preso in esame 22 studi clinici condotti su persone in sovrappeso o con obesità, confrontando i principali modelli di digiuno intermittente: la formula 5:2 (due giorni a forte restrizione calorica), il digiuno a giorni alterni e la cosiddetta finestra 16:8, cioè l’alimentazione concentrata in otto ore al giorno.

Il dato emerso è chiaro: la perdita di peso media si aggira intorno al 3%, un risultato sovrapponibile a quello ottenuto con interventi dietetici tradizionali basati sulla semplice riduzione delle calorie.

In altre parole, il vantaggio non sta nel “quando” si mangia, ma nel “quanto”.

Nessun miglioramento extra nei parametri metabolici

La revisione non ha evidenziato differenze significative nemmeno nei principali indicatori cardiometabolici, come pressione arteriosa, livelli di colesterolo o insulina, rispetto a chi seguiva una dieta ipocalorica distribuita nell’arco della giornata.

Secondo Laura Rossi, direttrice del Reparto Nutrizione, Alimentazione e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, il meccanismo è semplice: «Funziona perché si introducono meno calorie. Se nella finestra di tempo concessa si mangia di più, il peso aumenta comunque».

Il digiuno, dunque, non attiverebbe scorciatoie metaboliche speciali, ma agirebbe attraverso il principio più noto della dietetica: il bilancio energetico.

Per chi può funzionare (e per chi no)

La riuscita del digiuno intermittente dipende molto dalla persona. Per alcuni può essere più semplice eliminare un pasto piuttosto che ridurre le porzioni a ogni pasto. Per altri, invece, la “finestra libera” rischia di trasformarsi in un momento di eccesso, vanificando i benefici.

Il regime, quindi, non è universale. Può rappresentare una strategia utile se sostenibile nel tempo e inserita in un contesto alimentare equilibrato.

Il ruolo della crononutrizione

Il dibattito scientifico si intreccia anche con la crononutrizione, cioè lo studio dell’interazione tra alimentazione e orologio biologico. Le ricerche sono ancora in corso, ma un punto sembra condiviso: la colazione ha un ruolo centrale.

Interrompere il digiuno notturno al mattino aiuta a stabilizzare la glicemia e a fornire energia per la giornata. Al contrario, l’idea che un piatto di pasta a cena faccia ingrassare più che a pranzo non trova solide basi scientifiche: contano la quantità complessiva di calorie e lo stile di vita, non l’orario in sé.

Digiuno e longevità: promesse premature

Un altro aspetto spesso associato al digiuno intermittente riguarda la possibilità di vivere più a lungo. Studi sugli animali hanno mostrato un legame tra restrizione calorica e aumento della durata della vita, ma trasferire questi risultati all’essere umano è complesso.

Per dimostrare un reale effetto sulla longevità servirebbero ricerche di lunghissimo periodo, oggi non disponibili. L’ipotesi resta interessante, ma ancora priva di conferme definitive nell’uomo.

La conclusione: meno marketing, più equilibrio

Il digiuno intermittente non è una truffa, ma nemmeno una rivoluzione. È una modalità di restrizione calorica che può funzionare come qualsiasi altra dieta, a patto che sia sostenibile e personalizzata.

La vera costante, al di là delle mode, resta sempre la stessa: qualità degli alimenti, equilibrio nutrizionale, regolarità e consapevolezza.

Più che inseguire formule miracolose, la scienza invita a tornare a un principio semplice: per dimagrire serve un deficit calorico. Tutto il resto è contorno.

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