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L’intelligenza artificiale sta trasformando in profondità il mercato del lavoro, ridefinendo competenze, ruoli e prospettive occupazionali. In questa fase di transizione, tra opportunità di crescita e timori legati all’automazione, diventa centrale comprendere quali siano gli effetti concreti dell’IA sull’occupazione e dove si concentrino le maggiori difficoltà per le imprese.

Intelligenza artificiale e lavoro: cosa emerge dal nuovo rapporto

È stato pubblicato nei giorni scorsi dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il primo documento intitolato “Verso l’Osservatorio sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro”. Si tratta di una raccolta strutturata di contributi elaborati da soggetti pubblici e privati appartenenti a contesti istituzionali, amministrativi, produttivi e di ricerca differenti.

Il testo accompagna l’avvio dell’Osservatorio nazionale sull’adozione dell’IA e restituisce un quadro articolato della transizione in corso, in linea con le aree tematiche individuate anche dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. L’obiettivo è analizzare il cambiamento senza una visione univoca, ma attraverso sensibilità e approcci diversi.

Automazione e rischio occupazionale

Nella prefazione, la ministra Marina Calderone sottolinea come l’intelligenza artificiale venga oggi utilizzata per automatizzare compiti e risolvere problemi complessi in ambiti che spaziano dalla ricerca scientifica al mercato finanziario, dalla robotica alla giustizia, fino all’industria e ai sistemi di guida autonoma.

L’IA rappresenta una novità destinata a incidere su ogni aspetto della società, compreso il lavoro. Il rischio principale riguarda la possibile perdita di posti nei settori a bassa specializzazione, con la conseguente necessità di rafforzare percorsi di formazione e riqualificazione professionale.

Secondo un’analisi del World Economic Forum richiamata nel documento, entro il 2030 potrebbero andare persi 92 milioni di posti di lavoro a livello globale, ma nello stesso periodo ne verrebbero creati 170 milioni di nuovi. Il saldo sarebbe positivo, ma il cambiamento richiederà un forte investimento nel reskilling e nell’aggiornamento delle competenze.

Le professioni più difficili da reperire

Nel rapporto trova spazio anche un contributo di Unioncamere che evidenzia le criticità del mercato italiano. Le imprese segnalano difficoltà elevate nel reperire matematici, statistici e analisti dei dati, oltre a progettisti e amministratori di sistemi e ingegneri dell’informazione.

Si tratta di figure centrali nella trasformazione digitale, la cui domanda cresce più rapidamente rispetto alla disponibilità sul mercato del lavoro. Le carenze riguardano anche professioni tecniche con competenze matematico-informatiche applicate, come i tecnici della gestione dei cantieri, delle costruzioni civili e della sicurezza sul lavoro.

Il nodo delle competenze STEM

Particolarmente critico è il tema delle competenze STEM. Le aziende dichiarano forti difficoltà nel reperire fisici e astronomi, così come ingegneri elettrotecnici. Anche i tecnici specializzati nel risparmio energetico e nelle energie rinnovabili risultano tra i profili più ricercati e meno disponibili.

Il quadro complessivo mostra un mercato del lavoro in rapida evoluzione, in cui l’intelligenza artificiale non elimina semplicemente occupazione, ma ne modifica struttura e contenuti. La vera sfida non riguarda soltanto il numero di posti di lavoro, ma la capacità del sistema formativo e produttivo di generare competenze adeguate.

L’Osservatorio nazionale sull’adozione dei sistemi di IA nasce proprio per monitorare questa trasformazione e accompagnare una transizione che, se ben governata, può rafforzare competitività e coesione sociale senza ampliare le disuguaglianze.

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