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La sindrome dell’ovaio policistico viene rinominata Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica. Colpisce circa una donna su otto, coinvolgendo fertilità, ormoni e metabolismo. Alimentazione e attività fisica sono fondamentali, ma la terapia deve essere personalizzata.

Non più soltanto PCOS, sigla inglese della sindrome dell’ovaio policistico, ma PMOS: Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome, traducibile in Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica.

Il cambio di nome è stato definito attraverso un processo internazionale di consenso e presentato nel maggio 2026 in un documento pubblicato su The Lancet. Non si tratta di una nuova malattia, ma di una definizione considerata più aderente alla sua complessità.

La condizione interessa circa il 10-13% delle donne in età riproduttiva, vale a dire approssimativamente una su otto. Secondo l’Endocrine Society, nel mondo convivono con la sindrome oltre 170 milioni di donne.

A spiegare le implicazioni cliniche del cambiamento è la dottoressa Olga Disoteo, facente funzioni dell’Endocrinologia, Diabetologia, Dietetica e Nutrizione Clinica di Asst Lariana.

Perché la sindrome dell’ovaio policistico cambia nome

Il termine “ovaio policistico” ha favorito per anni l’idea che il problema centrale fosse la presenza di cisti. In realtà, quelle osservate durante l’ecografia sono generalmente numerosi piccoli follicoli e non vere cisti patologiche. Inoltre, il loro riscontro non è indispensabile in tutte le pazienti.

«Il vecchio termine portava a focalizzarsi prevalentemente sulle cisti ovariche, che tuttavia non rappresentano il cuore della patologia», spiega Disoteo.

La sigla PMOS evidenzia le tre componenti principali della condizione. È poliendocrina perché coinvolge diversi segnali ormonali, compresi androgeni e insulina; è metabolica per le alterazioni nella gestione di zuccheri e grassi; resta ovarica perché l’ovaio conserva un ruolo importante nella funzione riproduttiva.

Il nuovo nome è il risultato di un percorso globale che ha coinvolto pazienti, professionisti sanitari e organizzazioni scientifiche. L’obiettivo è ridurre incomprensioni, ritardi diagnostici e l’eccessiva concentrazione sui soli problemi di fertilità.

L’adozione della nuova denominazione non sarà però immediata in tutti i sistemi sanitari. Per un periodo potranno convivere le sigle PCOS e PMOS, mentre documenti clinici, classificazioni e linee guida verranno progressivamente aggiornati. Come sottolineato da Yale Medicine, il nuovo nome non modifica automaticamente diagnosi e terapie.

Sintomi, diagnosi e rischi della PMOS nel lungo periodo

La PMOS può presentarsi in modi molto diversi. Tra i sintomi più frequenti figurano cicli irregolari o assenti, acne, irsutismo, caduta dei capelli e difficoltà di concepimento. Alcune donne possono manifestare anche aumento di peso o maggiore difficoltà nel controllarlo.

Non esiste un singolo esame capace di diagnosticare la sindrome. La valutazione può comprendere anamnesi, esami ormonali e metabolici, visita clinica ed eventuale ecografia, dopo avere escluso altre condizioni che possono provocare sintomi simili.

Nelle adulte, la diagnosi si basa generalmente sulla presenza di almeno due elementi tra alterazioni dell’ovulazione, segni clinici o biochimici di eccesso di androgeni e morfologia ovarica caratteristica. Negli adolescenti sono necessarie maggiori cautele, perché irregolarità mestruali e acne possono appartenere anche al normale sviluppo puberale.

La sindrome non riguarda esclusivamente fertilità e ciclo mestruale. È associata a un rischio più elevato di insulino-resistenza, diabete di tipo 2, pressione alta, alterazioni dei lipidi e complicazioni durante la gravidanza.

L’Organizzazione mondiale della sanità la descrive come una condizione metabolica cronica, i cui effetti possono proseguire oltre l’età riproduttiva. Per questo sono importanti una diagnosi tempestiva e controlli calibrati sul profilo individuale.

Alimentazione e attività fisica sono pilastri della terapia

Le linee guida internazionali indicano lo stile di vita come componente centrale della gestione, indipendentemente dal peso corporeo. Alimentazione equilibrata, movimento, sonno regolare e gestione dello stress possono migliorare la salute metabolica e la qualità della vita.

Nelle pazienti con peso superiore a quello più adatto alla propria condizione clinica, una riduzione del 5-10% può favorire miglioramenti dell’ovulazione e di alcuni parametri metabolici. Non rappresenta tuttavia una garanzia immediata di fertilità e non deve diventare motivo di colpevolizzazione.

«La dieta è fondamentale anche nelle pazienti normopeso», sottolinea Disoteo, indicando nella Dieta Mediterranea un modello ricco di verdure, legumi, cereali integrali, pesce e olio extravergine d’oliva.

Va precisato che le linee guida internazionali del 2023 non individuano un’unica composizione alimentare superiore a tutte le altre per la PMOS. Il piano dovrebbe quindi essere sostenibile, adattato alle preferenze, alla situazione metabolica e all’eventuale presenza di altri disturbi.

In alcune pazienti può essere valutata una maggiore attenzione all’indice glicemico, ma sono da evitare diete drastiche o protocolli standardizzati trovati online. Anche l’attività fisica deve essere scelta in base alle condizioni personali, combinando movimento aerobico e lavoro sulla forza quando possibile.

Farmaci e integratori: perché bisogna evitare il fai-da-te

Lo stile di vita è un pilastro della cura, ma definirlo “l’unica vera terapia” sarebbe scorretto. A seconda dei sintomi e degli obiettivi possono essere prescritti contraccettivi ormonali, farmaci insulino-sensibilizzanti, trattamenti contro l’eccesso di androgeni o terapie per favorire l’ovulazione.

Anche gli integratori devono essere valutati con cautela. L’inositolo è tra le sostanze maggiormente studiate, ma le linee guida segnalano benefici clinici ancora limitati e non permettono di raccomandare con certezza una specifica forma o dose.

Vitamina D e altri nutrienti possono essere integrati quando esistono carenze o indicazioni cliniche. Le prove relative a magnesio, Omega-3, probiotici, zinco, N-acetilcisteina e berberina non giustificano un impiego indistinto per tutte le pazienti.

«La scelta va effettuata dallo specialista sulla base di esami ematici mirati», avverte Disoteo. Naturale non significa automaticamente efficace o privo di rischi: alcuni prodotti possono causare effetti indesiderati o interagire con farmaci e trattamenti per la fertilità.

La presa in carico ideale può coinvolgere endocrinologo, ginecologo, dietologo o nutrizionista e psicologo. Il percorso deve partire dai sintomi, dal profilo metabolico e dalle priorità della donna, evitando soluzioni universali.

La PMOS è comune e gestibile, ma richiede continuità. Il nuovo nome punta proprio a riconoscere che non è un semplice problema ovarico: riguarda la salute complessiva della donna nel presente e nel lungo periodo.

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