Pechino invita Iran e Stati Uniti a mantenere “razionalità e moderazione”, ma ribadisce il sostegno agli interessi iraniani. Intanto il conflitto continua a pesare sul petrolio, sull’inflazione e sulla sicurezza delle rotte commerciali.
La Cina si propone come interlocutore diplomatico nel conflitto tra Iran e Stati Uniti, confermando allo stesso tempo la volontà di rafforzare la cooperazione con Teheran. Il messaggio è arrivato durante il colloquio tenuto a Pechino tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il suo omologo iraniano Abbas Araghchi.
«La Cina è disposta a rafforzare il dialogo e la cooperazione con l’Iran e a salvaguardare i legittimi diritti e interessi dell’Iran», ha dichiarato Wang durante l’incontro. Il capo della diplomazia cinese ha tuttavia invitato entrambe le parti direttamente coinvolte a evitare una nuova escalation.
«Incoraggiamo Iran e Stati Uniti a mantenere razionalità e moderazione», ha aggiunto. Una formulazione che riflette la tradizionale posizione di Pechino: opposizione alle pressioni unilaterali, sostegno politico a Teheran e richiesta di una soluzione negoziata che impedisca un ulteriore allargamento della guerra.
Il significato dell’incontro tra Cina e Iran
Il colloquio tra Wang Yi e Araghchi arriva in una fase di forte tensione militare ed economica. Il conflitto iniziato il 28 febbraio 2026 con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha coinvolto progressivamente altri territori e infrastrutture strategiche del Medio Oriente.
Per la Cina, la stabilità della regione è legata innanzitutto alla sicurezza energetica. Pechino è uno dei principali importatori mondiali di petrolio e dipende in misura rilevante dalle forniture provenienti dal Golfo Persico. Ogni interruzione nello Stretto di Hormuz o lungo le rotte del Mar Rosso può tradursi in costi più elevati per le imprese e in rischi per le catene produttive.
La formula utilizzata da Wang Yi consente alla diplomazia cinese di mantenere due obiettivi. Da una parte, Pechino rafforza il rapporto strategico con l’Iran e ne sostiene quelli che definisce “legittimi diritti e interessi”. Dall’altra, evita di appoggiare apertamente una prosecuzione delle ostilità e sollecita moderazione anche da parte iraniana.
La Cina punta così a presentarsi come una potenza capace di dialogare con Teheran senza chiudere completamente i canali con Washington. Un’eventuale mediazione sarebbe però complessa, perché dovrebbe affrontare contemporaneamente sicurezza regionale, programma nucleare iraniano, sanzioni e libertà di navigazione.
Petrolio sopra i 100 dollari, ma i prezzi rallentano
Le tensioni in Medio Oriente continuano a influenzare pesantemente i mercati energetici. Dopo i forti rialzi registrati nei giorni precedenti, nella mattinata del 17 settembre il petrolio ha tuttavia mostrato una parziale discesa.
Il Brent è sceso a circa 104,74 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate si è attestato intorno a 101,60 dollari. I prezzi restano quindi sopra la soglia dei 100 dollari, ma risultano inferiori ai livelli di 108,50 e 105,50 dollari toccati nelle fasi di maggiore tensione.
A mantenere elevato il rischio è il danneggiamento di due stazioni di pompaggio dell’oleodotto saudita East-West, infrastruttura che consente di trasferire il greggio verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, evitando Hormuz. Una chiusura prolungata potrebbe interessare volumi equivalenti fino al 4% dell’offerta petrolifera mondiale.
Alle difficoltà sul greggio si aggiunge la pressione sul gasolio. Le quotazioni del diesel hanno raggiunto livelli record in Europa e negli Stati Uniti, anche a causa delle limitazioni alla capacità di raffinazione e degli attacchi contro infrastrutture energetiche mediorientali e russe.
Per famiglie e imprese italiane, le conseguenze possono arrivare attraverso prezzi più alti dei carburanti, maggiori costi del trasporto merci e nuove pressioni sull’inflazione.
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La guerra è già costata 38 miliardi agli Stati Uniti
Il peso economico del conflitto riguarda direttamente anche Washington. Secondo un rapporto pubblicato il 15 settembre dal Congressional Budget Office, le operazioni militari statunitensi contro l’Iran sono costate al Dipartimento della Difesa circa 38 miliardi di dollari fino al 1° agosto 2026.
La stima comprende la sostituzione delle munizioni impiegate, le attrezzature perdute, l’aumento delle ore di volo, il carburante e i costi logistici e operativi. Il CBO avverte però che i dati presentano un margine significativo di incertezza, anche perché il Dipartimento della Difesa non avrebbe risposto alle richieste di informazioni dell’organismo del Congresso.
Se gli scontri proseguissero con una bassa intensità, il costo aggiuntivo sarebbe di circa 2 miliardi di dollari al mese. In caso di un ritorno ai livelli di violenza osservati a luglio, la spesa mensile potrebbe salire a 3 miliardi o più.
Il CBO evidenzia inoltre un problema strategico: il largo impiego di intercettori per la difesa antimissile riduce le scorte statunitensi e potrebbe richiedere diversi anni per essere compensato.
Il conflitto produce anche effetti indiretti. Le interruzioni delle forniture di petrolio e gas attraverso Hormuz e il Mar Rosso aumentano i prezzi dell’energia, con ripercussioni sui trasporti, sui beni di consumo e sui tassi di interesse.
Nucleare iraniano, resta il nodo dei controlli Aiea
La diplomazia dovrà affrontare anche il dossier nucleare. Secondo dichiarazioni riportate dall’agenzia iraniana Irna, Teheran avrebbe respinto la richiesta del direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, di accedere ai siti danneggiati dagli attacchi statunitensi e israeliani.
Il portavoce dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, Behrouz Kamalvandi, ha sostenuto che le ispezioni potrebbero fornire informazioni utilizzabili per nuove operazioni militari. Si tratta della posizione delle autorità iraniane, che non equivale a una verifica indipendente sulle condizioni degli impianti.
Il mancato accesso degli ispettori rischia di aumentare l’incertezza sulla natura e sullo stato del programma nucleare iraniano. Senza controlli internazionali, diventa più difficile distinguere tra danni effettivi, capacità residue e ricostruzione delle infrastrutture.
L’appello cinese alla moderazione dovrà quindi misurarsi con questioni concrete. Un cessate il fuoco, da solo, non risolverebbe le controversie sulle attività nucleari, sulle sanzioni e sulle garanzie di sicurezza richieste dalle parti.
Pechino prova a guadagnare spazio diplomatico, ma il successo dipenderà dalla disponibilità di Iran e Stati Uniti a riaprire un negoziato. Nel frattempo, i primi effetti riguardano già l’economia globale: energia più cara, mercati instabili e crescente pressione sulle rotte commerciali.









