L’associazione critica la gestione della crisi del riciclo e chiede un piano fondato su prevenzione, riuso, tariffazione puntuale e recupero di materia. L’appello ai cittadini: continuare a differenziare, ma soprattutto produrre meno rifiuti.
Circa 150 tonnellate di plastica alla settimana destinate alle discariche marchigiane a causa delle difficoltà che stanno attraversando gli impianti e la filiera nazionale del riciclo. È il dato richiamato da Marche a Rifiuti Zero ETS, che torna a contestare le politiche regionali in materia di gestione dei rifiuti.
L’associazione critica la rappresentazione secondo la quale il conferimento in discarica sarebbe una soluzione inevitabile, adottata in assenza di alternative praticabili.
«Una politica dei rifiuti dovrebbe costruire le alternative prima che una difficoltà diventi un’emergenza», sostiene Marche a Rifiuti Zero. Secondo l’organizzazione, la Regione avrebbe affrontato in successione la necessità di ampliare le discariche, il progetto di un inceneritore e ora la difficoltà di collocare la plastica raccolta separatamente.
La crisi non riguarda soltanto le Marche. In diverse aree italiane gli impianti di selezione e stoccaggio stanno lavorando vicino al limite, mentre il settore del riciclo meccanico affronta una fase di difficoltà economica e industriale.
La crisi della plastica nelle Marche

Nel Maceratese gli impianti stanno operando al limite della capienza, anche se al momento non è stata formalmente dichiarata un’emergenza regionale. La situazione, descritta come non uniforme nelle diverse province, ha spinto i gestori a chiedere interventi rapidi e coordinati.
Le difficoltà derivano da più fattori. Nel primo semestre del 2026, a livello nazionale, sarebbero state raccolte circa 50 mila tonnellate di plastica in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Contemporaneamente, la capacità mensile di selezione si sarebbe ridotta di 11.500 tonnellate.
L’aumento della raccolta differenziata, che in condizioni normali rappresenterebbe un risultato positivo, ha quindi incontrato una rete industriale con spazi ridotti e una capacità insufficiente ad assorbire tutti i materiali.
A questo si aggiunge la crisi del mercato della plastica riciclata, esposta alla concorrenza della materia prima vergine e a margini economici sempre più contenuti. La difficoltà di vendere i materiali recuperati può provocare un accumulo negli impianti e rallentare i ritiri.
Corepla ricorda che tra i compiti del sistema consortile rientra il ritiro degli imballaggi in plastica provenienti dalla raccolta differenziata, anche quando gli obiettivi di riciclo previsti dalla legge siano già stati raggiunti.
Il rischio di sfiducia nella raccolta differenziata
Uno dei punti centrali dell’intervento di Marche a Rifiuti Zero riguarda la comunicazione rivolta alla popolazione.
Dire ai cittadini che una parte della plastica raccolta separatamente finirà comunque in discarica, chiedendo contemporaneamente di continuare a differenziare, rischia secondo l’associazione di produrre sfiducia.
Il pericolo è che si diffonda l’idea che separare correttamente i rifiuti sia inutile. Una convinzione che potrebbe peggiorare sia la quantità sia la qualità della raccolta, aumentando la presenza di materiali estranei e rendendo ancora più difficile il successivo recupero.
La crisi temporanea della filiera non significa però che tutta la raccolta differenziata venga mescolata o smaltita. Una parte rilevante degli imballaggi continua a essere selezionata e avviata al riciclo, mentre ciò che non può essere recuperato segue altre destinazioni.
Per questo l’associazione invita a non interrompere le buone pratiche e chiede alla Regione di costruire una comunicazione condivisa con Comuni, imprese, gestori, associazioni e cittadini.
L’obiettivo dovrebbe essere spiegare con trasparenza le criticità del momento, senza mettere in discussione l’utilità della raccolta differenziata e accompagnandola con una campagna straordinaria per ridurre la produzione di rifiuti.
«Non basta riciclare, bisogna usare meno plastica»
Per Marche a Rifiuti Zero, affrontare l’emergenza aumentando soltanto gli spazi di stoccaggio o la capacità di smaltimento non risolve il problema strutturale.
Il punto di partenza dovrebbe essere la prevenzione, cioè evitare che determinati prodotti diventino rifiuti. L’associazione chiede meno oggetti monouso, bottiglie, confezioni e imballaggi non necessari.
Tra le alternative indicate figurano:
- utilizzo dell’acqua del rubinetto, dove possibile;
- diffusione di borracce e contenitori riutilizzabili;
- sistemi di vuoto a rendere;
- vendita di prodotti sfusi;
- imballaggi durevoli e facilmente riciclabili;
- riparazione e riuso dei beni;
- tariffazione puntuale basata sui rifiuti effettivamente prodotti;
- miglioramento qualitativo della raccolta differenziata.
«Aiutateci a far durare più a lungo le discariche, producendo meno rifiuti», è l’appello rivolto direttamente ai cittadini.
La richiesta non riguarda quindi soltanto le scelte individuali. Marche a Rifiuti Zero sollecita anche politiche industriali capaci di aiutare le imprese a ridurre gli scarti, riprogettare gli imballaggi e utilizzare quantità maggiori di materia riciclata.
Discariche e comunità, il problema degli ampliamenti

Un’altra preoccupazione riguarda i territori che ospitano le discariche. Secondo l’associazione, le comunità interessate non possono essere chiamate a convivere indefinitamente con successivi ampliamenti degli impianti.
Le volumetrie ancora disponibili dovrebbero essere considerate una risorsa limitata, da riservare ai rifiuti che non possono essere prevenuti, riutilizzati o recuperati.
Marche a Rifiuti Zero aveva già espresso queste posizioni durante il confronto sul nuovo Piano regionale di gestione dei rifiuti. In quella occasione aveva chiesto investimenti più definiti per riduzione, tariffazione puntuale, riciclo di qualità e recupero della materia.
L’associazione contesta inoltre la previsione di un impianto regionale di incenerimento. La Regione considera la valorizzazione energetica per i rifiuti non recuperabili uno degli strumenti necessari per ridurre il ricorso alla discarica, in coerenza con l’obiettivo europeo di limitare lo smaltimento finale.
Per gli ambientalisti, invece, il rischio è che l’inceneritore assorba risorse economiche e mantenga nel tempo la necessità di disporre di una quantità costante di rifiuti da bruciare.
L’inceneritore non risponde alla crisi immediata
Marche a Rifiuti Zero sottolinea che la stessa Regione avrebbe indicato tempi di almeno sette anni per l’eventuale realizzazione dell’inceneritore. L’impianto, quindi, non potrebbe rappresentare una risposta alle difficoltà attuali della filiera della plastica.
Secondo l’associazione, occorre agire immediatamente su produzione, consumi e recupero dei materiali, coinvolgendo cittadini, aziende, amministrazioni locali e gestori.
Tra le esperienze indicate figura il progetto del Distretto dell’Innovazione Circolare dell’Unione Pian del Bruscolo, in provincia di Pesaro e Urbino, pensato per sviluppare nuove forme di collaborazione territoriale su prevenzione, riuso e gestione delle risorse.
«Non aspettiamo la prossima emergenza per sentirci dire ancora che non c’era scelta. Cambiamo stagione», conclude Marche a Rifiuti Zero.
Il confronto resta aperto. Da una parte c’è la necessità immediata di evitare l’accumulo dei materiali negli impianti; dall’altra emerge la richiesta di affrontare le cause strutturali della crisi, riducendo la quantità di plastica immessa sul mercato e rafforzando la filiera del riciclo.









