Le quotazioni all’origine mettono sotto pressione i margini degli olivicoltori. Una simulazione per ettaro mostra che risparmiare sulla raccolta può ridurre le perdite, ma non basta a garantire un utile: decisivi resa, qualità e costi del frantoio.
Produrre olio extravergine conviene ancora quando il prezzo scende? Il confronto con il lampante nasce dalla pressione sui ricavi agricoli, ma richiede conti completi. Un prezzo di vendita più alto può essere assorbito dai costi di raccolta; una raccolta meno costosa, invece, può accompagnarsi a un prodotto meno remunerativo.
Secondo la rilevazione ISMEA relativa ad agosto 2026, il prezzo medio nazionale all’origine dell’olio extravergine era di 4,86 euro al chilogrammo, in diminuzione del 5,1% sul mese precedente e del 49,3% rispetto all’anno precedente. Sono quotazioni alla produzione, da distinguere dai prezzi delle bottiglie sugli scaffali.
Per valutare gli effetti economici, il primo passaggio è calcolare correttamente la quantità ottenuta: 80 quintali di olive equivalgono a 8.000 kg. Con una resa del 12,5%, producono 1.000 kg di olio, non 800.
A 4 euro/kg, il ricavo sarebbe quindi di 4.000 euro per ettaro. Alla stessa produzione, vendere a 2,50 euro/kg genererebbe 2.500 euro.
Questa differenza di 1.500 euro non rappresenta però un guadagno netto: prima bisogna sottrarre raccolta, gestione dell’oliveto, molitura e altre spese effettivamente sostenute.
Extravergine e lampante: la qualità cambia il mercato
Il prezzo ipotizzato di 4 euro/kg per l’extravergine è inferiore alla media ISMEA di agosto. Le quotazioni territoriali possono tuttavia differire: a Lecce, il 17 settembre 2026, l’extravergine risultava a 4,60 euro/kg, mentre il lampante era indicato a 3 euro/kg.
I 2,50 euro/kg utilizzati nel confronto sono dunque un’ipotesi di simulazione, non la quotazione di quella rilevazione. Lo stesso vale per i costi aziendali: devono essere verificati attraverso preventivi, fatture e caratteristiche dell’oliveto.
Occorre inoltre distinguere le categorie. La normativa europea richiede per l’extravergine un’acidità libera non superiore allo 0,8%, insieme agli altri parametri previsti e a caratteristiche sensoriali conformi, tra cui assenza di difetti e presenza di fruttato.
Il lampante non può essere venduto direttamente al consumatore come olio alimentare: è destinato alla raffinazione o a impieghi industriali. Il suo mercato è quindi diverso da quello dell’extravergine.
La categoria non dipende soltanto dal metodo di raccolta, ma dalle caratteristiche dell’olio ottenuto, accertate secondo i criteri previsti. Non basta raccogliere dall’albero per garantire un extravergine, né si può attribuire una classificazione commerciale senza verifiche.
Per il produttore, qualità e canale di vendita sono quindi elementi del conto economico, insieme alla quantità disponibile.
Raccolta dall’albero o da terra: i conti della simulazione
La simulazione considera 1.800-2.500 euro per ettaro di gestione prima della raccolta e della molitura. Comprende potatura, concimazione, difesa, gestione del terreno e altre spese: è una fascia ipotetica, che non può essere applicata indistintamente a ogni azienda.
Per la raccolta con scuotitore vengono assunti 3.000-5.000 euro/ha. Su 80 quintali, corrispondono a 37,50-62,50 euro per quintale di olive. Il valore di 50 euro/quintale coincide soltanto con il costo intermedio di 4.000 euro.
Con 1.000 kg di olio venduti a 4 euro/kg, gestione e raccolta assorbirebbero 4.800-7.500 euro. Il saldo sarebbe negativo per 800-3.500 euro, già prima del frantoio.
L’alternativa ipotizza 50 quintali di olive raccolte da terra, una resa del 22,5% e 1.500 euro di raccolta. Il risultato corretto è 1.125 kg di olio, vendibili, nell’ipotesi di lampante a 2,50 euro/kg, per 2.812,50 euro.
| Simulazione per ettaro | Extravergine | Lampante |
|---|---|---|
| Olio ottenuto | 1.000 kg | 1.125 kg |
| Ricavi ipotizzati | 4.000 € | 2.812,50 € |
| Gestione e raccolta | 4.800-7.500 € | 3.300-4.000 € |
| Saldo prima della molitura | −800/−3.500 € | −487,50/−1.187,50 € |
Le rese sono assunzioni del confronto: la maggiore resa percentuale non dimostra, da sola, una maggiore convenienza reale.
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Perché ridurre la perdita non significa produrre in utile
Nelle ipotesi considerate, il lampante presenta un saldo meno negativo grazie al minore costo della raccolta. Questo risultato non dimostra che produrre lampante sia sempre preferibile: dipende dai valori inseriti e dalla possibilità concreta di ottenere e vendere le quantità previste.
Mancano soprattutto i costi di molitura, oltre alle eventuali spese di trasporto, stoccaggio e analisi non già comprese. Vanno verificati anche la remunerazione del lavoro familiare e gli ammortamenti, evitando sia omissioni sia duplicazioni.
Se l’irrigazione aggiungesse, come ipotizzato, 1.000 euro per ettaro, entrambi i saldi peggiorerebbero dello stesso importo. Eventuali contributi o altre entrate aziendali dovrebbero essere contabilizzati separatamente.
Per l’extravergine, il prezzo necessario a coprire soltanto gestione e raccolta sarebbe 4,80-7,50 euro/kg. Per il lampante sarebbe circa 2,93-3,56 euro/kg. Sono soglie parziali: la molitura farebbe aumentare il prezzo di pareggio.
La decisione richiede quindi un bilancio dell’azienda, non il solo confronto tra 4 euro e 2,50 euro. Contano meccanizzabilità, quantità raccolta, resa effettiva, qualità e sbocco commerciale.
Con prezzi all’origine in diminuzione, la sfida è contenere i costi mantenendo un prodotto remunerativo. Nella simulazione proposta, entrambe le strategie restano in perdita prima della molitura: risparmiare sulla raccolta attenua il problema, ma non lo risolve.









