Uno studio su Nature Communications aggiorna le proiezioni includendo l’acqua oceanica che penetra sotto il ghiaccio. Il contributo stimato risulta circa doppio rispetto ai precedenti confronti modellistici: i possibili tre metri riguardano invece una destabilizzazione molto più ampia dell’Antartide occidentale.
Il ghiacciaio Thwaites, nell’Antartide occidentale, potrebbe contribuire all’innalzamento medio globale del mare per circa 3 centimetri entro il 2100, secondo un nuovo studio pubblicato il 12 ottobre 2026 su Nature Communications.
La ricerca, firmata da Mattia Poinelli e colleghi, mostra che rappresentare più dettagliatamente l’interazione tra ghiaccio e oceano modifica sensibilmente le proiezioni. Il contributo calcolato raggiunge 30 ± 6 millimetri, circa il doppio rispetto alle precedenti proiezioni considerate nello studio, anche senza aggiungere ulteriore riscaldamento climatico.
Conosciuto nel linguaggio giornalistico come “ghiacciaio dell’Apocalisse”, Thwaites è sorvegliato per la sua vulnerabilità e per il ruolo nell’equilibrio dei ghiacci circostanti. Il soprannome, però, non indica una previsione scientifica di collasso imminente.
Occorre soprattutto distinguere tre centimetri e tre metri. Il primo valore riguarda la proiezione del nuovo modello per Thwaites entro la fine del secolo. Il secondo richiama il potenziale di una perdita molto più estesa della calotta dell’Antartide occidentale, su scenari e tempi differenti.
Lo studio non annuncia quindi oceani più alti di tre metri entro il 2100. Segnala invece che alcuni processi finora rappresentati in modo incompleto possono accelerare il ritiro e aumentare il contributo del ghiacciaio al livello del mare.
L’acqua sotto il ghiaccio: perché le maree cambiano le proiezioni
Il punto centrale è la zona di ancoraggio, dove il ghiacciaio passa dall’appoggiarsi al fondale al galleggiare sull’oceano.
Descrivere questo passaggio come una linea netta può essere una semplificazione insufficiente. L’acqua marina può infatti insinuarsi sotto porzioni di ghiaccio ancora considerate ancorate, seguendo dinamiche legate alle maree.
Uno studio precedente, pubblicato nel 2024 su PNAS, aveva documentato questi movimenti attraverso osservazioni radar satellitari ICEYE raccolte tra marzo e giugno 2023.
Le immagini mostravano sollevamenti e flessioni del ghiaccio compatibili con l’ingresso di acqua marina in pressione. La fascia interessata variava lungo il ghiacciaio e comprendeva intrusioni che si estendevano ulteriormente verso l’interno.
Il fenomeno porta il calore dell’oceano a contatto con la base glaciale. L’attenzione non riguarda quindi soltanto ciò che accade sulla superficie, ma anche processi nascosti sotto una grande massa di ghiaccio.
La nuova ricerca trasferisce questa conoscenza nelle simulazioni, verificando quanto cambi il comportamento del ghiacciaio quando viene inclusa una zona di fusione più articolata.
Il confronto con le osservazioni passate è essenziale: un modello deve riuscire a ricostruire l’evoluzione già misurata prima di essere utilizzato per esplorare quella futura.
Una migliore corrispondenza non elimina tutte le incertezze. Permette però di individuare meccanismi che potrebbero spiegare perché alcune precedenti simulazioni sottovalutavano la rapidità dei cambiamenti.
La cresta di Mouginot e il possibile arretramento accelerato
A condizionare il futuro di Thwaites è anche la forma del fondale marino. Alcuni rilievi possono contribuire temporaneamente a stabilizzare il ghiacciaio, ostacolandone l’arretramento.
Tra questi figura la cresta di Mouginot, indicata dai ricercatori come un elemento importante per il settore principale del ghiacciaio. Perdere il contatto con questo rilievo potrebbe consentire un ulteriore ritiro verso l’interno.
Nel comunicato scientifico dell’Università della California a Irvine, Poinelli spiega che, superato questo punto, il ghiacciaio incontrerebbe un fondale prevalentemente inclinato verso maggiori profondità prima del successivo rilievo stabilizzante.
Le simulazioni dello studio comprendono scenari nei quali il distacco dai rilievi avviene già dal 2038. Questa indicazione rappresenta una possibilità modellistica, non una data certa di collasso.
Il risultato principale resta la sensibilità del ghiacciaio ai processi che avvengono nella zona di ancoraggio. Il modello è stato confrontato con quasi tre decenni di arretramento, assottigliamento e accelerazione osservati.
Anche l’espressione “scioglimento più veloce del previsto” richiede attenzione. La ricerca aggiorna la rappresentazione fisica e le proiezioni: non dimostra che il ghiacciaio abbia improvvisamente raddoppiato la velocità di fusione nei giorni precedenti la pubblicazione.
Per capire l’evoluzione reale servono misurazioni continuative. Le proiezioni indicano rischi e traiettorie possibili, mentre le osservazioni permettono di verificare come il sistema stia effettivamente cambiando.
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Tre centimetri, sessanta centimetri o tre metri: cosa significano
I numeri associati a Thwaites descrivono fenomeni differenti e non devono essere sommati o utilizzati come equivalenti.
| Valore | Significato |
|---|---|
| Circa 3 centimetri | Contributo al livello medio globale del mare entro il 2100 nelle proiezioni del nuovo studio |
| Circa 60 centimetri | Equivalente di innalzamento contenuto nel ghiaccio di Thwaites, in caso di perdita completa |
| Fino a circa 3 metri | Potenziale associato al collasso molto più ampio della calotta dell’Antartide occidentale |
Il valore di circa 60 centimetri è richiamato dall’Università della California a Irvine nella presentazione delle osservazioni sul ghiacciaio.
Il potenziale di tre metri riguarda invece l’insieme della calotta occidentale, come chiarisce un altro approfondimento scientifico dell’ateneo. Non è il risultato previsto per il solo Thwaites entro questo secolo.
Anche pochi centimetri aggiuntivi contano nel quadro dell’aumento complessivo degli oceani: costituiscono un contributo da affiancare alle altre sorgenti di innalzamento.
Il dato globale, tuttavia, non descrive automaticamente lo stesso aumento in ogni località costiera. Per valutare le conseguenze su un territorio servono analisi regionali e locali.
La ricerca rafforza quindi la necessità di monitorare oceano, fondale e base del ghiacciaio. Il prossimo obiettivo scientifico sarà verificare e affinare queste proiezioni, riducendo l’incertezza su tempi e dimensioni della perdita di ghiaccio.









