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C’è una storia italiana che sembra inventata, e invece è reale. Una storia che parla di paura, di ingegno, di medicina e di umanità nel suo significato più alto. È la storia del Morbo K, una malattia che non è mai esistita ma che ha salvato decine di vite durante l’occupazione nazista di Roma. Oggi quella vicenda torna al centro dell’attenzione grazie alla fiction Rai “Morbo K”, con Antonello Fassari tra i protagonisti, riportando alla luce una pagina straordinaria della nostra storia recente.

Il Morbo K non era una patologia riconosciuta dalla medicina, ma un’invenzione geniale messa in atto nel 1943 all’interno dell’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina. Un nome inventato per proteggere persone reali, in particolare ebrei perseguitati, nascondendoli sotto le sembianze di malati contagiosi.

Morbo K, la storia vera nata al Fatebenefratelli

Giovanni Borromeo e l’inganno che salvò decine di ebrei

Il cuore della vicenda del Morbo K batte all’interno del Fatebenefratelli, ospedale cattolico da secoli votato alla cura. Nel 1943 Roma è occupata dai nazisti, le retate contro gli ebrei sono all’ordine del giorno e il rischio di essere deportati è concreto, quotidiano, spietato.

Qui entra in scena Giovanni Borromeo, primario dell’ospedale e futuro Giusto tra le Nazioni, insieme al medico Adriano Ossicini. Di fronte alla richiesta di aiuto di alcune famiglie ebree, Borromeo compie una scelta che mescola coraggio, intelligenza e ironia tragica: inventa una malattia altamente contagiosa, il Morbo K.

La lettera “K” non è casuale. Secondo diverse ricostruzioni, richiamava i nomi dei gerarchi nazisti Kesselring e Kappler, una sottile forma di resistenza simbolica. I “malati” venivano isolati in reparti specifici, con cartelle cliniche dettagliate, tosse simulata e avvertimenti severi alle SS: entrare significava rischiare la vita.

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“Chi salva una vita salva il mondo intero”

La frase attribuita al Talmud, “chi salva una vita salva il mondo intero”, non è mai stata così concreta come nella vicenda del Morbo K. Non si trattò di un singolo gesto eroico, ma di una resistenza quotidiana, fatta di silenzi, sguardi e finzioni necessarie.

Il personale dell’ospedale partecipò compatto a questa messinscena rischiosissima. Infermieri, medici e religiosi sapevano che una sola parola fuori posto avrebbe potuto costare la vita a tutti. Eppure nessuno parlò.

Il Morbo K non fu solo un espediente medico, ma una forma di disobbedienza morale, una scelta netta tra obbedire a un potere ingiusto o restare fedeli all’idea di cura come valore assoluto.

Dal Morbo K alla fiction Rai

La potenza di questa storia ha portato la Rai a trasformarla in una fiction evento, riportando il Morbo K al grande pubblico. Nel cast spicca Antonello Fassari, attore capace di dare profondità e umanità a personaggi complessi, affiancato da Giacomo Giorgio, volto già noto al pubblico per ruoli intensi e carichi di tensione emotiva.

La fiction Rai Morbo K non è un semplice prodotto televisivo, ma un tentativo di restituire complessità storica ed emotiva a una vicenda spesso raccontata solo in ambito accademico. Le ricostruzioni scenografiche, l’attenzione ai dettagli e la scelta di non trasformare la storia in un racconto retorico rendono la serie uno strumento di memoria accessibile anche alle nuove generazioni.

Morbo K, tra cinema, memoria e responsabilità collettiva

Perché questa storia parla ancora a tutti noi

Raccontare oggi il Morbo K significa interrogarsi su cosa voglia dire scegliere, in tempi difficili, da che parte stare. Non è solo una storia di guerra o di persecuzione, ma una riflessione su etica, responsabilità e coraggio civile.

La forza di questa vicenda sta nella sua semplicità apparente. Nessun atto clamoroso, nessuna arma, nessun proclama. Solo una porta chiusa, un nome inventato e la volontà di proteggere la vita a qualunque costo. È forse per questo che il Morbo K continua a colpire, oggi come allora, perché parla di ciò che resta quando tutto il resto crolla.

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