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Nel 2025 i militari morti per suicidio erano stati 22, mentre dall’inizio del 2026 sarebbero già 18. Le statistiche dell’esercito non comprendono gli ex soldati deceduti dopo il congedo. Crescono intanto diagnosi di disturbo post-traumatico e richieste di assistenza.

La lunga guerra combattuta da Israele a Gaza e sugli altri fronti mediorientali sta lasciando conseguenze profonde anche sulla salute mentale dei militari. Dall’inizio del 2026, almeno 18 soldati israeliani in servizio sono morti per suicidio, secondo gli ultimi dati citati dal quotidiano Haaretz.

Nel 2025 i casi registrati dalle Forze di difesa israeliane erano stati 22, dopo i 21 del 2024 e i 17 del 2023. Il confronto deve essere effettuato con cautela: dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele ha mobilitato un numero eccezionalmente elevato di riservisti, aumentando notevolmente la popolazione militare esposta.

Le cifre ufficiali presentano inoltre una lacuna importante. Comprendono soltanto i soldati che si trovavano in servizio regolare, permanente o di riserva al momento della morte. Restano esclusi i veterani e i militari congedati, anche quando il disagio potrebbe essere collegato alle esperienze vissute durante il combattimento.

Il caso di William Shakin e il trauma dopo il congedo

Tra le storie che hanno riaperto il dibattito c’è quella di William Shakin, morto per suicidio a 25 anni dopo essere rientrato negli Stati Uniti.

Shakin aveva lasciato New York per arruolarsi nell’esercito israeliano dopo gli attacchi del 7 ottobre. Era stato assegnato al Tredicesimo battaglione della Brigata Golani e aveva combattuto nella Striscia di Gaza, dove aveva visto morire alcuni suoi compagni.

Dopo il congedo era tornato negli Stati Uniti. Secondo la ricostruzione dei familiari, le sue condizioni psicologiche erano progressivamente peggiorate, ma il disturbo post-traumatico non era stato formalmente riconosciuto dal ministero israeliano della Difesa.

La famiglia chiede ora che venga sepolto sul Monte Herzl di Gerusalemme, il cimitero militare nazionale nel quale riposano numerosi caduti israeliani. La richiesta pone una questione giuridica e simbolica: stabilire se una morte avvenuta dopo il congedo possa essere riconosciuta come conseguenza del servizio.

La vicenda mette in evidenza anche le difficoltà incontrate dagli ex militari che vivono all’estero. Distanza, procedure amministrative e mancato riconoscimento tempestivo del trauma possono rendere più complesso l’accesso ai programmi israeliani di assistenza e riabilitazione.

Non è possibile ricondurre automaticamente ogni suicidio a una singola causa. Gli esperti ricordano però che esposizione al combattimento, perdite, paura, isolamento e traumi morali possono aumentare il rischio, soprattutto in assenza di un sostegno adeguato.

Dai suicidi ai 279 tentativi registrati dall’esercito

I dati presentati alla Knesset indicano un problema più ampio rispetto ai soli decessi. Tra gennaio 2024 e luglio 2025, l’esercito israeliano ha registrato 279 tentativi di suicidio.

Soltanto il 17% dei militari morti per suicidio nel periodo considerato aveva incontrato un ufficiale della salute mentale nei due mesi precedenti. Il dato emerge da un rapporto del Centro di ricerca e informazione del Parlamento israeliano.

Secondo la Knesset, nel 2025 il 75% dei soldati morti per suicidio non aveva ricevuto assistenza da un ufficiale specializzato. La metà dei casi riguardava militari impiegati in unità da combattimento.

Nel 2024, i combattenti rappresentavano il 78% dei suicidi registrati nell’esercito, contro una percentuale compresa tra il 42 e il 45% negli anni dal 2017 al 2022. L’esercito ha collegato almeno in parte l’aumento alla mobilitazione straordinaria dei riservisti.

Molti di loro sono entrati e usciti ripetutamente dal combattimento: settimane o mesi al fronte, ritorno alla famiglia e al lavoro, poi una nuova chiamata. Questa alternanza può ostacolare l’elaborazione delle esperienze e rendere più difficile il reinserimento nella vita quotidiana.

Il disagio, inoltre, non compare necessariamente durante la missione. Sintomi come insonnia, ipervigilanza, isolamento, ricordi intrusivi, depressione e senso di colpa possono manifestarsi o intensificarsi soltanto mesi dopo.

Ptsd in aumento e servizi psicologici sotto pressione

Un’analisi del ministero israeliano della Difesa, riportata da Reuters, indicava a gennaio un aumento di quasi il 40% dei casi di disturbo post-traumatico da stress rispetto al settembre 2023.

Tra gli oltre 22.000 militari e membri delle forze di sicurezza trattati per ferite collegate alla guerra, circa il 60% presentava conseguenze psicologiche post-traumatiche.

Una commissione governativa ha stimato che potrebbero essere circa 50.000 gli ex militari con traumi emotivi bisognosi di assistenza. Il sistema di riabilitazione è sottoposto a una pressione crescente, con tempi e procedure che possono rallentare l’accesso alle cure.

A febbraio, durante un’audizione alla Knesset, era stato riferito che un singolo operatore poteva trovarsi a seguire fino a 850 veterani con problemi post-traumatici. L’aumento del personale non è riuscito a compensare completamente la crescita delle richieste.

Il trauma può derivare dalla paura di morire, dalla perdita dei compagni, dall’esposizione continua alla violenza o dalla cosiddetta “ferita morale”, collegata alle azioni compiute o osservate durante la guerra. Quest’ultimo aspetto riguarda anche il rapporto con le conseguenze delle operazioni sulla popolazione civile.

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La nuova legge israeliana sulle ferite psicologiche

Nel luglio 2026 la Knesset ha approvato una riforma che introduce nella legislazione israeliana la definizione di “combat stress reaction”, ossia reazione da stress da combattimento.

La legge riconosce la specificità del disturbo post-traumatico derivante dalle attività operative e prevede trattamenti adattati alle esigenze dei veterani. Il testo ha ottenuto 70 voti favorevoli e nessun voto contrario.

La riforma stabilisce che una ferita psicologica può manifestarsi anche dopo la conclusione del servizio e richiedere cure prolungate, sostegno economico e un percorso di riabilitazione personalizzato.

Il governo ha inoltre avviato una revisione complessiva del sistema destinato ai militari feriti e ai membri delle forze di sicurezza. Tra gli obiettivi ci sono la riduzione degli ostacoli burocratici, un accesso più rapido alle cure e l’assegnazione di un coordinatore per seguire ogni caso.

Resta però il problema degli ex soldati che non ricevono una diagnosi, vivono all’estero o non chiedono aiuto per paura dello stigma. Il caso di William Shakin mostra quanto possa essere difficile riconoscere il trauma quando il servizio è terminato.

Le statistiche non permettono di attribuire ogni singola morte direttamente alla guerra. Mostrano però una crescita del disagio e una rete assistenziale ancora insufficiente rispetto alle dimensioni del fenomeno. Il fronte può chiudersi, ma le conseguenze psicologiche possono continuare molto più a lungo.

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