Secondo il sindacato, dall’inizio dell’anno il prezzo medio della benzina è aumentato del 23% e quello del gasolio del 26%. La maggiore spesa stimata supera i 200 euro annui per cittadino, con un impatto complessivo di oltre 22 milioni di euro sulla provincia.
Il caro carburante continua a pesare sui bilanci delle famiglie e sulle attività economiche della provincia di Ascoli Piceno. A lanciare nuovamente l’allarme è la Cgil di Ascoli Piceno, che parla di una situazione ormai insostenibile per lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati.
Secondo le elaborazioni diffuse dal sindacato, dall’inizio del 2026 il costo medio della benzina nel Piceno sarebbe aumentato del 23%, mentre quello del gasolio avrebbe registrato un incremento del 26%. La crescita media complessiva si attesterebbe così attorno al 24%.
Gli automobilisti possono verificare i prezzi praticati dai singoli distributori attraverso l’Osservaprezzi Carburanti, il portale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy alimentato dalle comunicazioni dei gestori.
Benzina e gasolio, la Cgil stima oltre 22 milioni di costi aggiuntivi
«Nei mesi passati avevamo già espresso preoccupazione per la situazione del costo del carburante e oggi, con un quadro addirittura peggiorato, ci troviamo di nuovo a denunciare una condizione insostenibile, che ha ricadute enormi su lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati», dichiara Daniele Lanni, segretario generale della Cgil Ascoli Piceno.
La Cgil era già intervenuta nel mese di aprile, evidenziando i possibili effetti dei rincari sull’occupazione e sui settori maggiormente dipendenti dall’energia e dai trasporti.
«Dall’inizio dell’anno a oggi, nel nostro territorio, il costo medio della benzina è aumentato del 23% e quello del gasolio del 26%», prosegue Lanni.
Secondo i calcoli del sindacato, questi aumenti comporterebbero una maggiore spesa media di oltre 200 euro all’anno per ogni cittadino. Considerando l’intera provincia di Ascoli Piceno, l’incremento complessivo dei costi supererebbe i 22 milioni di euro.
Si tratta di stime elaborate dalla Cgil, che hanno l’obiettivo di rappresentare l’impatto economico dei rincari sulla popolazione locale. L’effettivo aumento sostenuto da ogni famiglia dipende naturalmente dal numero di veicoli posseduti, dai chilometri percorsi, dal tipo di carburante utilizzato e dalla frequenza degli spostamenti.
Il peso maggiore ricade su chi usa quotidianamente l’automobile per raggiungere il posto di lavoro, soprattutto nelle zone interne o nei comuni meno serviti dal trasporto pubblico.
L’allarme su lavoratori, pensionati e imprese del Piceno
«Una situazione assolutamente insostenibile, che va a comprimere il reddito, già martoriato dagli aumenti generali del costo della vita, di lavoratrici e lavoratori», afferma ancora il segretario provinciale.
La preoccupazione riguarda anche le conseguenze sulle imprese del territorio. Il rincaro dei carburanti incide direttamente sulle aziende di trasporto e sul settore della pesca, ma può coinvolgere tutte le attività che devono movimentare quantità rilevanti di prodotti, materie prime o merci.
«Questi aumenti determineranno ulteriori difficoltà per l’economia del territorio, a partire dalle aziende di trasporto e dalla pesca, passando per tutte le imprese che mobilitano importanti quantità di prodotto», sottolinea Lanni.
La crescita delle spese sostenute dalle aziende potrebbe infatti trasferirsi sui prezzi finali di beni e servizi. Il rischio indicato dalla Cgil è quello dell’avvio di un’ulteriore spirale inflazionistica, capace di colpire soprattutto i generi di prima necessità.
«Altri e pesanti aumenti andrebbero a gravare in primo luogo, come già accade, su lavoratrici, lavoratori, pensionati e redditi più deboli», aggiunge il rappresentante sindacale.
Il caro carburante si somma alle altre spese incomprimibili delle famiglie, come bollette, affitti, mutui e alimentari. L’effetto risulta particolarmente rilevante per i redditi più bassi, che destinano una quota maggiore delle proprie entrate alle necessità quotidiane.
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Trasporto pubblico e smart working, le proposte della Cgil
Per la Cgil, le soluzioni strutturali devono arrivare innanzitutto dal livello nazionale. Il sindacato ritiene tuttavia possibile adottare anche interventi locali per ridurre le conseguenze immediate dei rincari.
«Siamo consapevoli che le soluzioni non possano essere trovate esclusivamente a livello locale. Richiedono interventi strutturali nazionali che, come vediamo, stentano ad arrivare», osserva Lanni.
Tra gli esempi richiamati ci sono i comuni che hanno acquisito impianti di distribuzione con l’obiettivo di calmierare i prezzi. Secondo la Cgil, durante questa fase emergenziale sarebbe necessario lavorare soprattutto sul potenziamento e sull’accessibilità del trasporto pubblico locale.
La proposta comprende l’introduzione di abbonamenti speciali e, quando necessario, gratuiti per le fasce economicamente più esposte. Una misura che potrebbe offrire una risposta immediata ai pendolari e limitare l’uso quotidiano dell’automobile privata.
Il sindacato chiede inoltre di valutare nelle singole aziende, a partire dalla pubblica amministrazione, la riattivazione e il potenziamento dello smart working, così da diminuire gli spostamenti dei dipendenti. Per il settore commerciale viene proposta anche una razionalizzazione delle aperture.
«Molto è possibile fare e riteniamo utile ragionare fin da subito, come chiediamo da mesi, in un tavolo di confronto tra parti sociali e attori istituzionali sulle priorità da mettere in campo», conclude il segretario generale della Cgil di Ascoli Piceno.
La richiesta è quindi quella di aprire un confronto territoriale che coinvolga istituzioni, sindacati e rappresentanti delle categorie economiche, individuando misure rapide per sostenere famiglie e imprese in attesa di interventi nazionali più strutturali.









