La premier ferma la firma del decreto sugli adeguamenti retributivi derivanti dalle sentenze amministrative e apre al confronto con l’Anm. L’associazione contesta le cifre circolate e rivendica il pagamento di somme dovute per legge.
Giorgia Meloni non intende firmare il Dpcm per gli aumenti degli stipendi dei magistrati. La posizione, confermata il 18 ottobre 2026, apre un nuovo confronto tra governo e magistratura: al centro ci sono adeguamenti retributivi e arretrati il cui costo complessivo viene stimato in quasi un miliardo di euro.
La presidente del Consiglio ha motivato la decisione richiamando le difficoltà nel reperire risorse per altre emergenze, a partire dall’autotrasporto. Ha comunque lasciato aperta la possibilità di un dialogo con le associazioni rappresentative dei magistrati.
La vicenda riguarda l’applicazione di sentenze della giustizia amministrativa che hanno imposto di rivedere il metodo utilizzato per calcolare gli adeguamenti. Non si tratta, quindi, di un aumento liberamente negoziato tra governo e categoria.
Per l’Associazione nazionale magistrati, le somme rappresentano componenti della retribuzione non corrisposte correttamente negli anni. L’Anm sostiene inoltre che gli importi effettivi siano inferiori a quelli riportati sui giornali.
Il contrasto intreccia così due questioni: le priorità politiche nell’utilizzo delle risorse pubbliche e l’esecuzione delle decisioni giudiziarie. Il mancato via libera della premier non chiude automaticamente la controversia, che potrebbe proseguire davanti ai giudici amministrativi.
Perché Meloni dice no alla firma del decreto
Nell’interlocuzione con il direttore dell’Adnkronos, Davide Desario, Meloni ha espresso la propria contrarietà a destinare ora una cifra così elevata agli adeguamenti dei magistrati. Il confronto scelto dalla premier è quello con le risorse necessarie per sostenere il settore dell’autotrasporto ed evitare difficoltà nelle consegne delle merci.
La presidente del Consiglio ha anche affrontato l’ipotesi di un intervento sostitutivo della giustizia amministrativa: «Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario». Rimane, parallelamente, la disponibilità ad ascoltare le associazioni per cercare una soluzione.
Lo scontro si colloca nel confronto sulla prossima manovra. Il Documento programmatico di bilancio prevede per il 2027 un “Fondo sentenze” da circa 1,9 miliardi di euro, con carattere una tantum.
Secondo le ricostruzioni pubblicate, una parte rilevante delle risorse dovrebbe essere destinata proprio agli adeguamenti retributivi. Il fondo complessivo, tuttavia, non va confuso con il costo specifico della vicenda dei magistrati.
Anche il riferimento all’autotrasporto va letto come una valutazione politica sulle priorità di spesa: non dimostra, da solo, che le risorse dei due interventi siano automaticamente intercambiabili.
Resta quindi aperta la distanza tra la posizione del governo, concentrata sulla sostenibilità dell’esborso, e quella delle associazioni, che richiamano l’esistenza di obblighi retributivi riconosciuti in sede giudiziaria.
Come si calcolano gli stipendi e perché sono stati presentati i ricorsi
Per comprendere il contenzioso bisogna partire dal sistema retributivo. Gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati non derivano dalla normale contrattazione collettiva: vengono determinati attraverso un meccanismo previsto dalla legge, che prende a riferimento l’andamento delle retribuzioni del pubblico impiego.
La controversia riguarda il modo in cui questi incrementi sono stati misurati e trasferiti nei decreti di adeguamento.
Un passaggio centrale è la sentenza del Consiglio di Stato n. 6004 del 9 luglio 2025, relativa al triennio 2018-2020. La decisione ha rilevato criticità negli emolumenti considerati, nelle categorie di dipendenti incluse e nella scelta di una media ponderata anziché aritmetica degli incrementi.
Il Consiglio di Stato ha quindi imposto all’amministrazione di riformulare i conteggi, mantenendo nel frattempo gli effetti economici del decreto impugnato.
Secondo le cifre riportate nelle ricostruzioni della vicenda, il ricalcolo porterebbe l’adeguamento per il 2018-2020 dal 4,85% al 6,22% e quello per il 2021-2023 dal 6,69% al 12,32%.
Sono percentuali riferite ai rispettivi periodi: non costituiscono un unico aumento da applicare indistintamente a qualsiasi stipendio.
Vanno inoltre distinti gli arretrati, legati alle differenze accumulate negli anni, dagli effetti sulle retribuzioni successive. Le stime individuali circolate non possono essere presentate come un importo certo e uguale per ogni magistrato.
La posizione dell’Anm e cosa può succedere adesso
L’Anm respinge la rappresentazione degli adeguamenti come una concessione aggiuntiva. La sua posizione è che si debbano corrispondere somme previste dalla legge, il cui ammontare risente anche del tempo trascorso senza il pagamento.
Il vicesegretario Stefano Celli ha indicato la possibilità di utilizzare gli strumenti giudiziari disponibili per tutelare i diritti della categoria, valutando ulteriori iniziative in caso di mancato adempimento.
Tra gli sviluppi possibili c’è il giudizio di ottemperanza, attraverso il quale si chiede l’esecuzione di una decisione giudiziaria. Il Codice del processo amministrativo prevede che il giudice possa nominare, quando necessario, un commissario ad acta, incaricato degli adempimenti sostitutivi. La nomina richiede però una decisione giudiziaria: non scatta automaticamente per effetto delle dichiarazioni politiche.
Per i conti pubblici, il punto da chiarire è la distribuzione dell’onere tra somme arretrate ed effetti futuri. Per i magistrati interessati contano invece il ricalcolo effettivo, gli importi spettanti e i tempi di pagamento.
Il confronto potrà dunque svilupparsi sul piano tecnico, politico e giudiziario. La disponibilità al dialogo annunciata da Meloni resta un’apertura, mentre il nodo dell’esecuzione delle sentenze richiede una soluzione coerente con gli obblighi dell’amministrazione.









