La tempesta del gennaio 2026 ha prodotto la più alta onda singola mai registrata nel bacino. Una ricerca internazionale ricostruisce gli effetti sulle coste e spiega perché fondali e conformazione del territorio possono amplificare i danni.
Un’onda alta 16,6 metri, la più elevata mai registrata nel Mediterraneo. È il dato simbolo del ciclone Harry, che tra il 19 e il 22 gennaio 2026 ha investito il bacino centrale, provocando violente mareggiate e pesanti conseguenze sulle coste del Sud Italia.
A ricostruire l’evento è uno studio internazionale pubblicato il 29 ottobre 2026 su Communications Earth & Environment, rivista del gruppo Nature. La ricerca descrive Harry come un ciclone extratropicale e analizza il rapporto tra condizioni atmosferiche, moto ondoso e impatto sul territorio. Il record riguarda l’altezza di una singola onda, non un livello raggiunto uniformemente dal mare lungo tutte le coste.
Il lavoro, intitolato “Unprecedented storm impact in the Mediterranean revealed by models and seismic noise during Cyclone Harry”, aggiunge elementi utili per comprendere una delle mareggiate più intense osservate nell’area.
La conclusione centrale va oltre il primato numerico: la forza della tempesta non basta, da sola, a spiegare la distribuzione dei danni. La forma dei litorali e le caratteristiche dei fondali possono modificare la propagazione delle onde, producendo conseguenze diverse anche in località esposte a condizioni marine simili.
Per i territori costieri, questo significa che conoscere le vulnerabilità locali è essenziale quanto osservare l’evoluzione del maltempo.
Dove è stata registrata l’onda di 16,6 metri
La misurazione record è stata effettuata da una boa della Rete Ondametrica Nazionale dell’Ispra, nel Canale di Sicilia, tra Portopalo di Capo Passero e Malta. Il dato è riportato nel comunicato scientifico dell’Ingv, pubblicato il 2 novembre.
Definire correttamente il primato è importante: “mai registrata” indica il confronto con le osservazioni disponibili, non la possibilità di escludere onde maggiori in epoche prive di strumenti di misura. Il risultato documenta comunque l’eccezionalità dell’evento all’interno delle registrazioni considerate dalla ricerca.
Harry ha colpito duramente soprattutto la Sicilia, insieme ad altri tratti costieri del Sud. Le mareggiate hanno danneggiato lungomari, infrastrutture, porti e stabilimenti balneari, invadendo strade e modificando porzioni di litorale.
Per ricostruire questi effetti, gli studiosi hanno incrociato dati satellitari, osservazioni di boe e mareografi, rilievi topografici e batimetrici, oltre a sopralluoghi e simulazioni numeriche ad alta risoluzione.
L’approccio permette di osservare lo stesso fenomeno da prospettive differenti: gli strumenti in mare descrivono il moto ondoso, i rilievi ricostruiscono la forma del territorio e i modelli aiutano a comprendere come l’acqua si propaghi verso la costa.
È proprio il collegamento tra queste informazioni a rendere la ricerca utile anche oltre il singolo episodio, offrendo una base per studiare l’esposizione dei litorali a future mareggiate.
Perché coste vicine possono subire conseguenze molto diverse
Le simulazioni presentate nello studio scientifico riguardano 19 siti costieri distribuiti tra Sardegna, Malta, Sicilia e Calabria. L’analisi evidenzia il ruolo della geomorfologia locale nella distribuzione delle inondazioni e degli effetti della tempesta.
Il punto è che una costa non costituisce una barriera uniforme. Profondità e andamento dei fondali, forma del litorale e presenza di infrastrutture possono influenzare il modo in cui l’energia marina raggiunge la terraferma.
Di conseguenza, due località investite dalla stessa mareggiata possono avere livelli di esposizione differenti. Una valutazione basata soltanto sull’intensità generale del ciclone rischia quindi di non descrivere tutte le criticità presenti sul territorio.
Questa lettura aiuta anche a interpretare i danni osservati dopo Harry. Le conseguenze non dipendono esclusivamente dalla distanza dal centro della perturbazione, ma dall’interazione tra condizioni marine e caratteristiche del luogo.
L’implicazione pratica riguarda la pianificazione delle aree costiere: conoscere i punti vulnerabili può aiutare a valutare dove collocare infrastrutture e servizi e quali zone richiedano maggiore attenzione.
Si tratta di un’applicazione dei risultati alla prevenzione, non della previsione di una nuova emergenza imminente. Lo studio ricostruisce infatti una tempesta avvenuta a gennaio e offre strumenti per comprendere meglio eventi analoghi, senza stabilire quando o dove si presenterà la prossima mareggiata estrema.
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Le tracce del ciclone nei sismografi e le prospettive per il monitoraggio
Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda l’impiego delle reti sismiche. L’interazione delle onde con coste e fondali trasferisce energia al suolo, producendo segnali che possono essere riconosciuti dagli strumenti normalmente utilizzati per osservare l’attività sismica.
Gli autori hanno analizzato le registrazioni di 55 stazioni nel Mediterraneo. Nell’area ionica sono emerse ampiezze eccezionali del rumore sismico associato alla tempesta, con valori massimi dall’inizio delle registrazioni considerate, risalenti al 1990.
Questi segnali non indicano che il ciclone abbia provocato un terremoto: rappresentano le vibrazioni generate dall’azione del mare. Il loro interesse scientifico consiste nella possibilità di affiancare alle osservazioni oceanografiche un’ulteriore fonte di informazioni.
La ricerca è stata coordinata da Giovanni Scicchitano dell’Università di Bari e Andrea Cannata dell’Università di Catania, con il contributo di Ingv, Cnr, Ispra e altri partner italiani e internazionali. I risultati contribuiranno allo sviluppo dei sistemi prototipali di allerta del progetto WAVEGUARD.
Per amministrazioni e comunità costiere, il valore del lavoro sta dunque nella possibilità di integrare osservazione del mare, conoscenza dei fondali e monitoraggio del territorio. L’onda record racconta l’intensità di Harry; la ricostruzione dei suoi effetti offre indicazioni concrete per affrontare il rischio costiero con informazioni più precise.









