Supplementi per piattini, cucchiaini, biberon e acqua destinata al cane. Negli ultimi anni numerosi conti di bar e ristoranti sono diventati virali: applicare un costo aggiuntivo non è sempre vietato, ma il cliente deve conoscerlo prima di ordinare.
Due euro per tagliare a metà un toast, tre per riscaldare il biberon di un bambino e 30 centesimi per una ciotola d’acqua destinata al cane. Gli “scontrini pazzi” sono diventati uno dei fenomeni ricorrenti delle estati italiane.
Il caso più recente non riguarda però un prezzo. In un locale di Riccione, una cliente si è vista consegnare una comanda sulla quale un giovane cameriere aveva scritto un commento volgare, seguito dall’invito a bruciare le uova ordinate e a sputarci dentro.
La frase, destinata alla cucina, è rimasta stampata sul documento arrivato al tavolo. La fotografia ha rapidamente fatto il giro dei social, riaprendo il dibattito sul comportamento del personale e sulle sorprese che possono comparire al momento del conto.
Accanto agli episodi inaccettabili esistono supplementi che possono apparire discutibili, ma non sono automaticamente illegali. La questione decisiva è quasi sempre la stessa: il costo era indicato chiaramente prima dell’ordine?
Il cameriere e la comanda delle “uova con sputo”
L’episodio è avvenuto al Victor Lab di Riccione. Una ragazza di vent’anni, arrivata nel locale con la madre e la zia, aveva chiesto che le uova fossero servite ben cotte.
Sulla comanda ricevuta al tavolo compariva una frase offensiva attribuita a un cameriere di 17 anni. Il messaggio invitava la cucina a bruciare le uova e a sputarci dentro, anche se dal locale hanno assicurato che nessuno avrebbe realmente alterato il piatto.
La direzione si è scusata con la famiglia e ha inizialmente sospeso il dipendente. Dopo tre giorni, il titolare ha deciso di reintegrarlo, spiegando di volergli offrire una seconda possibilità vista la giovane età.
Il locale ha cercato anche di sdrammatizzare pubblicando un video ironico sui propri canali social. La reazione non è stata però apprezzata dalla cliente, che ha riferito di avere ricevuto insulti, minacce e commenti razzisti dopo la diffusione della vicenda.
La ragazza ha chiarito di non volere una gogna contro il cameriere, ma di attendere delle scuse personali. La storia, dunque, non riguarda soltanto un errore sulla comanda: mostra anche quanto rapidamente un episodio avvenuto in un locale possa trasformarsi in una controversia nazionale.
Due euro per dividere un toast o avere un piattino
Uno dei casi più conosciuti risale al luglio 2023. A Gera Lario, sul lago di Como, due clienti ordinarono un toast vegetariano con patatine da 7,50 euro, chiedendo che fosse diviso a metà.
Sullo scontrino comparve un supplemento di due euro per il taglio. La titolare spiegò che la richiesta aveva comportato lavoro aggiuntivo e l’utilizzo di due piatti, due tovagliette e più tovaglioli.
Nello stesso periodo, a Finalborgo, in provincia di Savona, una madre chiese un piattino per fare assaggiare alla figlia di tre anni le trofie al pesto. Sul conto furono aggiunti due euro sotto la voce “piattino condivisione”.
Anche in quel caso i gestori difesero la decisione, sostenendo che un servizio ulteriore comportasse costi per stoviglie, lavaggio e personale. La polemica nacque soprattutto perché il supplemento non sarebbe stato percepito dai clienti come sufficientemente chiaro prima della richiesta.
Ad Alba, una coppia ordinò invece una crema catalana da cinque euro e chiese un secondo cucchiaino per dividerla. La posata aggiuntiva venne fatta pagare 1,50 euro.
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Dal biberon all’acqua per il cane
Tra gli extra più discussi figurano quelli richiesti per riscaldare il latte dei bambini. A Ostia, una madre raccontò di avere pagato due euro per utilizzare il microonde del locale e scaldare il biberon del figlio.
Un episodio simile venne segnalato a Vieste, dove il supplemento sarebbe arrivato a tre euro. Anche in questi casi il tema non è soltanto l’importo, ma l’opportunità di far pagare un servizio minimo destinato a un neonato.
Nel 2019, a Jesolo, una coppia ordinò un bicchiere di prosecco e un Campari Spritz, entrambi da 3,50 euro. Il totale previsto era di sette euro, ma sullo scontrino comparvero altri 30 centesimi.
La voce riportata era “acqua cane”: il costo della ciotola chiesta per fare bere l’animale. La cifra era contenuta, ma la scelta di inserirla separatamente trasformò rapidamente lo scontrino in un caso social.
L’esercente può stabilire il prezzo dei propri servizi, compresi quelli apparentemente minimi. Un addebito inatteso, tuttavia, rischia di danneggiare la reputazione del locale molto più di quanto possa contribuire ai ricavi.
Caffè, gelati e contributi “volontari”
Altri scontrini sono diventati famosi per i prezzi applicati nelle località turistiche. Nel 2023, a Porto Cervo, due clienti pagarono 60 euro per due caffè accompagnati da bottigliette d’acqua e cioccolatini. Nello stesso locale venne segnalato anche un conto di 70 euro per due Spritz.
A Venezia, nel 2018, una coppia spese 43 euro per due espressi e due bottigliette d’acqua in un bar di piazza San Marco. Il locale ricordò che le tariffe erano riportate nel menu e che il prezzo al banco era sensibilmente inferiore.
Nel giugno 2026, vicino a piazza Navona, due turisti americani pagarono 44 euro per due gelati. Alle coppette maxi erano stati aggiunti panna, macarons e cannolini al pistacchio. La cliente sostenne di avere creduto che le decorazioni fossero comprese nel prezzo.
A Forte dei Marmi ha fatto discutere invece un “contributo volontario” di 48,10 euro, corrispondente al 10% di un conto da 481 euro. La somma era stata inserita automaticamente. Il ristorante chiarì che si trattava di una mancia eliminabile su richiesta, ma proprio l’automatismo rese virale la vicenda.
Quando un supplemento può essere contestato
In Italia bar e ristoranti sono generalmente liberi di determinare i propri prezzi. Anche un supplemento per dividere un piatto, utilizzare stoviglie aggiuntive o modificare una preparazione non è di per sé vietato.
Il costo deve però essere chiaramente indicato e conoscibile prima dell’ordine, attraverso il menu, il listino o una comunicazione esplicita del personale. Se la maggiorazione appare soltanto sul conto, il cliente può contestarla e chiedere spiegazioni.
Diversa è la maggiorazione applicata esclusivamente perché si paga con carta: l’articolo 62 del Codice del Consumo vieta di imporre un costo aggiuntivo collegato allo strumento di pagamento. L’AGCM ha più volte sanzionato aziende per il cosiddetto credit card surcharge.
In presenza di un conto poco chiaro è consigliabile chiedere subito il dettaglio delle voci, conservare menu e scontrino e tentare di risolvere il problema direttamente con il gestore. Per segnalazioni più gravi è possibile rivolgersi alla Polizia locale, alla Guardia di Finanza o a un’associazione dei consumatori.
La regola resta semplice: un prezzo elevato può essere legittimo se è comunicato con trasparenza. La sorpresa aggiunta soltanto alla cassa, invece, trasforma facilmente pochi euro in un danno d’immagine molto più costoso.









