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L’altro giorno, mentre ero in macchina, ho ascoltato su RadioRai un’intervista a Piero Marrazzo, già Governatore della Regione Lazio che si dimise nell’ottobre 2009 perché coinvolto in uno scandalo. Non voglio giudicare o entrare nel merito delle scelte, personali e politiche, del personaggio ma riflettere su una sua frase: “Ho sbagliato. Ho fatto un errore. Di questo errore voglio chiedere scusa. Ho sbagliato, scusatemi. Ecco. Solo questo”.

Quante volte ci siamo interrogati sugli errori commessi da noi o da altri? Quante volte abbiamo riconosciuto di aver sbagliato? Quante volte abbiamo chiesto scusa del nostro operato? Sono assolutamente convinta che valutare in modo oggettivo le situazioni e riconoscere gli errori sia un segno d’intelligenza. Per citarmi potrei affermare che il riconoscimento degli sbagli è frutto di buone sinergie tra i due emisferi del nostro cervello che riescono a leggere e rileggere gli eventi da punti di vista differenti e complementari.

Nella mia esperienza di donna, madre, cittadina ho constatato quanto sia difficile per il genere maschile ammettere i propri errori come se fosse un’ammissione di debolezza. Ritengo, invece, che ammettere un errore e chiedere scusa sia un atto di forza incredibile, sia un riappropriarsi di se stessi. In questi giorni sento nuovamente parlare di raptus di follia come unica spiegazione di atti omicidi o, meglio, di femminicidi e ciò non fa altro che rafforzare le mie convinzioni.

I maschi hanno paura di essere e dimostrarsi deboli: non riconoscono i loro errori e si scagliano contro le femmine che reagiscono all’esercizio esasperato del possesso. Uomini che credono di possedere le donne così come possiedono un oggetto e, pertanto credono di poterle usare e gestire a loro piacimento. Discriminazioni sottili o visibili, indirette o dirette, che traggono la loro origine dalla convinzione della supremazia di un genere sull’altro. Stereotipi che ovattano i cervelli e le coscienze di moti e rispetto ai quali non vengono attivate le giuste misure di contrasto.

Una cultura che, nel nostro paese, non accenna a cambiare tanto da far dire a Rashida Manjoo – Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne a Ginevra il 25 giugno scorso – che in Italia “Femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita”.

Lo Stato, maschio, sarà capace d’interrogati sugli errori e riconoscerli? Lo Stato, maschio, riconoscerà di aver sbagliato? Lo Stato, maschio, chiederà scusa del suo operato? In questo momento storico vedo una sola possibile soluzione: trasformare lo Stato in Italia passando da una gestione maschile ad una femminile!

Paola Petrucci, consigliera di Parità Regione Marche