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La giornalista e scrittrice presenta il suo nuovo libro “La cura”, un racconto sugli incontri che salvano durante la malattia più che sulla malattia stessa

Non un libro sul cancro, ma sulle persone che aiutano ad attraversarlo. Concita De Gregorio torna a raccontarsi in modo profondamente personale con “La cura”, il nuovo libro in cui la giornalista e scrittrice affronta il tema della malattia partendo però da ciò che accade intorno al dolore: le relazioni, gli incontri, la presenza degli altri.

Le sue parole hanno colpito moltissimo il pubblico e il mondo social, soprattutto per una frase destinata a far discutere: “Io lo so perché mi è venuto il cancro, c’è sempre un dolore psichico dietro alla malattia. Il farmaco più forte che esiste è l’amore”.

Una riflessione intensa, delicata e inevitabilmente divisiva, pronunciata durante un’intervista dedicata all’uscita del libro. Concita De Gregorio non parla di colpe né di spiegazioni scientifiche assolute, ma di un legame profondo tra sofferenza emotiva, fragilità umana e corpo.

La giornalista racconta infatti di aver vissuto la diagnosi di tumore al seno come uno “tsunami”, ma di aver trovato forza soprattutto nelle persone incontrate durante il percorso di cura: medici, infermieri, compagni di stanza e perfetti sconosciuti capaci di offrire presenza e ascolto.

“La cura” di Concita De Gregorio, un libro sugli incontri che salvano

Nel nuovo libro pubblicato da Einaudi, De Gregorio sceglie volutamente di allontanarsi dalla retorica della “guerra contro il cancro” o dal racconto eroico della malattia. “La cura”, spiega, non è il diario clinico di un tumore ma un libro sulle relazioni umane e sul potere terapeutico della vicinanza emotiva.

La giornalista racconta come, durante la malattia, siano stati proprio gli incontri quotidiani a darle la forza di affrontare operazioni, terapie e paura. Secondo De Gregorio, la società contemporanea spinge spesso all’isolamento emotivo, mentre la vera cura nasce proprio dalla relazione con gli altri.

“Toccante e lieve, intimo e pieno di umanità, questo libro racconta come prendersi cura degli altri sia l’unico modo per prendersi cura di sé. Perché anche nella fragilità e nei guasti la vita non smette di incantarci, di rivelarci nuovi mondi. «Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio. Forse, azzardo: siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio». Un giorno d’agosto una donna si prepara a stare via per un po’. Lascia una lettera di istruzioni ai figli, perché anche in sua assenza possano trovare le cose che non trovano mai. Per esempio i doposci. Non è la stagione dello sci, ma chissà quando lei potrà tornare. Questa è la sua storia. Non è il diario di una malattia, ma la testimonianza esatta che nessuno si salva da solo. A risuonare in queste pagine sono le voci degli altri. La voce di Angelina, che ha il piglio di una capobanda e tratta le altre pazienti con tenerezza. La voce del Professore, cresciuto in un paesino dell’Aspromonte e diventato un luminare, che non dimentica le sue origini. La voce di un infermiere che impiantandoti un port endovenoso ti chiede quale sia la tua canzone preferita, e te la canta. In questa sinfonia di voci ci sono risate e stupore, sopracciglia tatuate e purè di carote, sigarette fumate di nascosto e pennarelli che disegnano sul corpo, madri che si preoccupano dei piedi freddi e uomini che conoscono la «logistica dell’amore». Ci sono l’intelligenza e la sensibilità di una scrittrice che ribalta ogni stereotipo, sulla malattia come sulla cura, e che è troppo curiosa delle persone per non raccontarle, perché sa che solo attraverso le storie altrui scopriamo la nostra.”

 

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“Il corpo sa sempre”, la riflessione sul dolore psichico

Una delle frasi che ha generato maggiore attenzione riguarda il rapporto tra dolore emotivo e malattia.

Concita De Gregorio precisa di non voler sostituire la medicina né semplificare il tema del cancro, ma racconta una convinzione maturata durante il proprio percorso personale: il corpo spesso trattiene ferite emotive profonde.

Nel libro e nelle interviste parla di:

  • tensioni interiori
  • dolori irrisolti
  • sofferenze trattenute
  • fragilità emotive
  • peso psicologico accumulato nel tempo

Una riflessione che ha acceso un forte dibattito online tra chi si riconosce nelle sue parole e chi teme il rischio di collegare troppo direttamente malattia e sofferenza psicologica.

La stessa De Gregorio però evita ogni forma di colpevolizzazione del malato e insiste sull’importanza della medicina e delle cure scientifiche.

Concita De Gregorio e il racconto della vulnerabilità

Negli ultimi anni la giornalista ha spesso affrontato nei suoi libri temi legati al dolore, alla perdita, alla fragilità e alla trasformazione personale.

Con “La cura” il racconto diventa ancora più intimo. Il cancro non viene trasformato in spettacolo né in lezione motivazionale, ma osservato nella sua dimensione più umana e quotidiana.

Tra gli episodi più toccanti raccontati dall’autrice c’è anche il viaggio in Australia per comunicare personalmente la diagnosi al figlio, scelta che lei stessa definisce necessaria per sentirsi viva e felice nonostante la malattia.

“Il farmaco più forte è l’amore”

La frase che più sta circolando online resta però quella dedicata all’amore come forza terapeutica.

Per Concita De Gregorio la vicinanza umana, il sentirsi amati e il sapere di avere qualcuno accanto rappresentano elementi fondamentali anche nel percorso di cura fisica.

Non come alternativa ai farmaci, ma come energia capace di sostenere psicologicamente chi attraversa la malattia. È proprio questo il cuore del libro: l’idea che nessuno possa davvero salvarsi completamente da solo.

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