Nei primi mesi del 2026 il Lazio ha registrato 120 casi di epatite A, contro i 150 notificati nell’intero 2025. Lo Spallanzani richiama l’attenzione sui focolai legati alla trasmissione alimentare e interpersonale. Ecco quali sono i sintomi e come prevenire il contagio.
Aumentano i casi di epatite A nel Lazio. A segnalarlo sono i dati del Servizio regionale per l’Epidemiologia, sorveglianza e controllo delle malattie infettive, Seresmi, dell’Istituto nazionale per le malattie inf le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma.
Nei primi mesi del 2026 sono state registrate 120 infezioni, un dato che si avvicina già ai 150 casi rilevati durante tutto il 2025. Secondo l’istituto, l’incremento è associato soprattutto a episodi di trasmissione attraverso alimenti contaminati e al contagio diretto tra persone.
Il quadro regionale si inserisce in una crescita osservata anche a livello nazionale. Nel 2025 il sistema di sorveglianza SEIEVA, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, ha ricevuto 631 segnalazioni, rispetto alle 443 del 2024. L’incidenza è passata da 0,8 a 1,2 casi ogni 100mila abitanti.
Epatite A, perché stanno aumentando i casi
L’epatite A è una malattia infettiva acuta del fegato provocata dal virus HAV. A differenza delle epatiti B e C, generalmente non diventa cronica, ma può causare sintomi importanti e, in casi rari, forme gravi o fulminanti.
Il virus si trasmette principalmente per via oro-fecale. Il contagio può avvenire attraverso l’ingestione di acqua o alimenti contaminati oppure tramite contatti stretti con una persona infetta, soprattutto quando non vengono rispettate adeguate norme igieniche.
Dai dati nazionali emerge un ruolo rilevante del consumo di frutti di mare crudi o poco cotti. Nei primi tre mesi del 2026, 262 persone contagiate avevano riferito questa esposizione, contro le 43 dello stesso periodo del 2024.
Tra i fattori di rischio registrati nel 2025 figurano anche il consumo di frutti di bosco, i viaggi in Paesi dove l’infezione è maggiormente diffusa e la trasmissione attraverso rapporti sessuali.
Secondo l’Istituto superiore di sanità, l’aumento nazionale è stato alimentato soprattutto dai picchi osservati in Lazio, Campania e Puglia. Le fasce più interessate nel 2025 sono state quelle tra 25 e 34 anni e tra 35 e 54 anni.
Il Lazio è risultato la regione con il maggior numero di casi nel 2025, seguito dalla Lombardia. Il dato parziale del 2026 conferma quindi la necessità di mantenere alta la sorveglianza epidemiologica.
Quali sono i sintomi dell’epatite A
Il periodo di incubazione può durare diverse settimane. Una persona può quindi contrarre il virus e manifestare i primi disturbi soltanto in un momento successivo, rendendo più difficile individuare immediatamente l’alimento o il contatto responsabile.
I sintomi possono comprendere:
- stanchezza, febbre, perdita di appetito, nausea, vomito, dolore addominale, urine scure, feci chiare e ittero, cioè la colorazione giallastra della pelle e della parte bianca degli occhi.
Nei bambini piccoli l’infezione può decorrere senza sintomi evidenti. Negli adulti, invece, le manifestazioni cliniche tendono a essere più frequenti e riconoscibili.
Il Ministero della Salute ricorda che i disturbi possono protrarsi fino a circa due mesi. In alcuni pazienti la stanchezza può continuare più a lungo, anche dopo la fase più intensa della malattia.
La maggior parte delle persone guarisce senza danni permanenti al fegato. Il rischio di complicazioni aumenta però con l’età e in presenza di patologie epatiche preesistenti o altre condizioni croniche.
Nel 2025 il sistema SEIEVA ha registrato cinque decessi tra le persone con epatite A. Quattro pazienti erano anziani o presentavano diverse malattie croniche o oncologiche; un uomo di 22 anni è morto per una forma fulminante.
Chi presenta ittero, urine molto scure, forte debolezza o disturbi gastrointestinali persistenti deve contattare il proprio medico, evitando diagnosi e terapie fai-da-te.
Come prevenire il contagio attraverso gli alimenti
La prevenzione parte dalle corrette abitudini igieniche e alimentari. È importante lavare accuratamente le mani dopo essere andati in bagno, dopo aver cambiato un pannolino e prima di preparare o consumare il cibo.
Particolare attenzione deve essere riservata ai molluschi. Cozze, vongole, ostriche e altri frutti di mare devono provenire da canali controllati ed essere cotti completamente. Il limone non disinfetta i molluschi e non elimina il virus dell’epatite A.
Frutta e verdura devono essere lavate con acqua potabile. Durante i viaggi in zone nelle quali le condizioni igienico-sanitarie sono meno sicure è consigliabile evitare acqua non controllata, ghiaccio di provenienza incerta e alimenti crudi preparati senza adeguate garanzie.
Le persone infette possono trasmettere il virus anche prima della comparsa dei sintomi. Il rischio di contagio interpersonale è particolarmente elevato nei 15 giorni precedenti l’esordio.
In presenza di un caso confermato, il Dipartimento di prevenzione può ricostruire i contatti e fornire indicazioni sulla profilassi. È importante collaborare con i servizi sanitari e seguire le misure raccomandate.
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Vaccino contro l’epatite A, a chi è raccomandato
Contro l’epatite A è disponibile un vaccino efficace. In Italia viene raccomandato in particolare alle persone appartenenti a categorie maggiormente esposte o a rischio di sviluppare complicazioni.
Tra queste rientrano i viaggiatori diretti verso aree endemiche, le persone con malattie croniche del fegato, gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini e i contatti stretti di un caso confermato. La valutazione deve essere effettuata dal medico o dal servizio vaccinale della propria Asl.
L’ISS sottolinea l’importanza della vaccinazione tempestiva dei contatti, che può contribuire a ridurre i casi secondari anche quando viene somministrata dopo l’individuazione del primo contagio.
Lo Spallanzani svolge un ruolo centrale nella gestione delle epatiti acute e croniche nel Lazio. L’Unità operativa complessa Malattie infettive ed epatologia segue i pazienti con insufficienza epatica grave e valuta l’eventuale inserimento nei percorsi trapiantologici.
L’istituto porta avanti anche programmi territoriali di screening con test rapidi e attività di prossimità, finalizzati a individuare infezioni non diagnosticate e favorire l’accesso alle cure.









