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Dalla Lanterna di Genova alle torri solitarie della Sardegna, i fari d’Italia uniscono sicurezza, architettura e immaginario. Oggi molti sono automatizzati, mentre gli edifici storici diventano musei, mete escursionistiche e strutture ricettive.

Restano immobili davanti al mare, ma raccontano viaggi, tempeste e ritorni. I fari d’Italia continuano ad affascinare perché segnano un confine: quello tra terra e acqua, sicurezza e pericolo, presenza umana e solitudine.

Prima del radar e della navigazione satellitare erano riferimenti indispensabili. Ancora oggi fanno parte del sistema di segnalamento marittimo, ma il loro valore supera la funzione tecnica. Sono monumenti, punti panoramici e custodi del paesaggio costiero.

Secondo una pubblicazione della Marina Militare, nel 2023 erano 147 i fari attivi lungo le coste italiane. Intorno alle torri si è sviluppata una nuova forma di turismo lento, interessata non soltanto al mare ma anche alle storie degli edifici e delle persone che li hanno abitati.

Come funzionavano i fari

I fari antichi utilizzavano fuochi alimentati con legna, carbone o olio. Con il tempo arrivarono lampade più efficienti e sistemi ottici capaci di concentrare la luce. Una svolta fu la lente di Augustin-Jean Fresnel, sviluppata nell’Ottocento: una struttura composta da anelli concentrici che permetteva di ottenere fasci potenti con meno materiale rispetto a una lente tradizionale.

Meccanismi a orologeria facevano ruotare le ottiche e dovevano essere periodicamente ricaricati dai guardiani. La sequenza di lampi e pause costituiva la “firma” del faro, riportata sulle carte nautiche per consentire ai naviganti di riconoscerlo. Oggi lampade elettriche, sensori, pannelli solari e sistemi di controllo remoto hanno sostituito gran parte del lavoro manuale.

I fari più spettacolari

Tra i fari d’Italia più celebri c’è la Lanterna di Genova, simbolo della città e presenza storica all’ingresso del porto. A Trieste, il Faro della Vittoria svolge anche una funzione commemorativa per i caduti del mare e domina il golfo con la statua della Vittoria alata.

L’itinerario proposto dal portale istituzionale Italia.it comprende anche Punta Carena ad Anacapri, Punta Palascìa a Otranto, Santa Maria di Leuca, Strombolicchio e i fari sardi di Capo Spartivento e Mangiabarche. A renderli spettacolari è spesso la posizione: promontori battuti dal vento, scogli isolati e punti estremi della penisola.

Le storie dei guardiani

Il guardiano non trascorreva le giornate semplicemente osservando l’orizzonte. Doveva pulire vetri e ottiche, controllare il combustibile, mantenere i meccanismi e registrare anomalie e condizioni meteorologiche. Nei siti più isolati, il rifornimento e il cambio del personale dipendevano dal mare.

L’automazione ha ridotto drasticamente le presenze stabili, ma la professione non è scomparsa del tutto. La Marina Militare chiarisce che i tradizionali faristi sono oggi dipendenti civili della Difesa con qualifiche tecniche. Dal 1994 non vengono più reclutati con concorsi pubblici esterni: il personale viene selezionato attraverso procedure interne e formato presso l’Ufficio Tecnico dei Fari della Spezia.

I fari trasformati in hotel

Dormire in un faro è diventato uno dei simboli del turismo esperienziale. Il caso più conosciuto è quello di Capo Spartivento, sulla costa di Chia, in Sardegna: l’edificio storico è stato recuperato e trasformato in un albergo, mentre il segnalamento luminoso continua a svolgere la propria funzione.

Non tutti i progetti, però, prevedono hotel di lusso. Le vecchie case dei guardiani possono ospitare piccoli alloggi, ristorazione, attività culturali, osservazione naturalistica o centri dedicati al mare. Inoltre, “faro trasformato in hotel” non significa necessariamente dormire dentro la torre: spesso vengono riutilizzati gli edifici di servizio adiacenti, mentre lanterna e apparati restano separati e sotto controllo tecnico.

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Turismo e valorizzazione

Il programma Valore Paese–Fari, promosso dall’Agenzia del Demanio insieme alla Difesa, ha puntato sul recupero di fari, torri ed edifici costieri attraverso concessioni di lunga durata. Il primo bando del 2015 mise a disposizione 11 beni dello Stato e raccolse 39 proposte.

L’obiettivo non è soltanto creare posti letto. I progetti possono comprendere iniziative culturali, sociali, sportive, didattiche e ambientali, mantenendo la compatibilità con il paesaggio e con la sicurezza della navigazione. La valorizzazione può salvare immobili esposti a salsedine e abbandono, ma richiede accessi controllati, restauri rispettosi e attenzione agli ecosistemi fragili.

Prima di organizzare una visita è quindi necessario verificare aperture, prenotazioni e condizioni dei sentieri: molti fari attivi non sono liberamente accessibili e alcuni si trovano in aree militari, riserve naturali o scogli raggiungibili soltanto via mare.

Le curiosità meno conosciute

L’altezza della torre non determina da sola la portata del segnale: contano anche la quota sul livello del mare, la potenza luminosa, l’ottica e la curvatura terrestre. Per questo un faro relativamente basso collocato su una scogliera può essere visibile più lontano di una torre più alta costruita vicino alla riva.

Ogni luce possiede inoltre una caratteristica precisa, formata da colori, lampi ed eclissi. Esistono anche fari settoriali, che mostrano colori differenti a seconda della direzione per indicare canali sicuri o zone pericolose.

Il loro fascino nasce forse proprio da questa doppia natura. I fari sono macchine progettate per comunicare con estrema precisione, ma nell’immaginario parlano di attesa, isolamento e salvezza. Anche nell’epoca del Gps, continuano a ricordare che lungo la costa esiste un punto acceso per chi sta cercando la rotta.

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