Bere almeno una bevanda zuccherata al giorno è risultato associato a un rischio di tumore gastrico 2,45 volte superiore rispetto al consumo occasionale. La ricerca è ampia e prolungata nel tempo, ma non dimostra che le bibite causino direttamente il cancro.
Lo studio su 112.284 persone seguito per decenni
Un consumo quotidiano di bibite zuccherate potrebbe essere associato a una maggiore probabilità di sviluppare un tumore dello stomaco. È il risultato di uno studio condotto dai ricercatori del Mass General Brigham Cancer Institute e pubblicato sulla rivista scientifica Gastro Hep Advances.
Il lavoro ha analizzato i dati di 112.284 adulti iscritti a due delle più importanti coorti sanitarie statunitensi: il Nurses’ Health Study, composto prevalentemente da infermiere, e l’Health Professionals Follow-Up Study, dedicato agli operatori sanitari uomini.
I partecipanti hanno fornito ripetutamente, nel corso di decenni, informazioni su alimentazione, consumo di bevande, peso, attività fisica, fumo, alcol e condizioni di salute. Questo ha permesso ai ricercatori di osservare le abitudini nel tempo, anziché basarsi su una singola rilevazione.
Durante il periodo di follow-up sono stati diagnosticati 278 casi di tumore gastrico. Chi consumava almeno una porzione di bevanda zuccherata al giorno presentava un rischio stimato 2,45 volte più elevato rispetto a chi ne beveva meno di una al mese.
L’associazione è rimasta visibile dopo gli aggiustamenti statistici per numerosi possibili fattori di rischio ed è stata osservata sia negli uomini sia nelle donne.
Tra le partecipanti del Nurses’ Health Study che riferivano più di una bibita zuccherata al giorno, il rischio stimato raggiungeva 3,04 volte quello delle consumatrici molto occasionali. I risultati completi sono descritti nello studio pubblicato su Gastro Hep Advances.
Quali bevande sono state esaminate e cosa c’entra il fruttosio
Nella definizione utilizzata dai ricercatori rientravano bibite gassate zuccherate, punch, limonate e sports drink. Non sono state quindi valutate soltanto le classiche bevande alla cola, ma diverse categorie accomunate dalla presenza di zuccheri aggiunti.
Lo studio ha rilevato anche un’associazione tra maggiore apporto complessivo di fruttosio e incidenza del tumore gastrico. Il dato non permette però di indicare il fruttosio come responsabile diretto del possibile aumento del rischio.
Il fruttosio può provenire da zucchero da tavola, sciroppi e numerosi alimenti. Inoltre, chi consuma frequentemente bibite zuccherate può avere un profilo alimentare e uno stile di vita differenti rispetto a chi le evita.
I ricercatori hanno esaminato anche le bevande gassate a basso contenuto calorico, dolcificate artificialmente. Dopo gli aggiustamenti statistici, per questi prodotti non è emersa la stessa associazione con il tumore gastrico.
L’assenza di un legame in questo specifico studio non dimostra che i dolcificanti proteggano dal cancro né stabilisce la sicurezza a lungo termine di ogni singola sostanza. L’analisi riguardava una categoria limitata di bevande e non era progettata per confrontare direttamente tutti i possibili sostituti dello zucchero.
Come sottolinea il Mass General Brigham, si tratta del primo studio che individua questa associazione in una popolazione statunitense. Il risultato deve pertanto essere replicato in altre coorti prima di poter entrare stabilmente tra le evidenze sul rischio gastrico.
Il ruolo dell’Helicobacter pylori e i limiti della ricerca
Uno dei principali fattori di rischio per il tumore dello stomaco è l’infezione cronica da Helicobacter pylori, un batterio capace di provocare infiammazione e alterazioni della mucosa gastrica.
Gli autori hanno potuto verificare la presenza del batterio soltanto in un sottogruppo di 940 partecipanti. Poco più di un terzo mostrava evidenza dell’infezione, ma non è emersa un’associazione tra consumo di bibite zuccherate e positività a H. pylori.
Questo suggerisce che il risultato principale non sia spiegato semplicemente da una maggiore diffusione del batterio tra i consumatori abituali. Il sottogruppo era però piccolo rispetto alla popolazione complessiva e non consente di escludere del tutto un’influenza dell’infezione.
Il limite più importante è la natura osservazionale della ricerca. Le persone non sono state assegnate casualmente a bere o evitare bibite: gli studiosi hanno osservato abitudini già esistenti. È quindi possibile che una parte dell’associazione dipenda da elementi non misurati o misurati in modo incompleto.
Le informazioni sulla familiarità per tumore gastrico erano limitate e i partecipanti erano prevalentemente bianchi. I risultati potrebbero quindi non applicarsi nello stesso modo a popolazioni con differenti origini, abitudini alimentari o frequenza di H. pylori.
Anche il numero dei casi richiede cautela. I 278 tumori rappresentano circa lo 0,25% dell’intera coorte, calcolato in modo grezzo su decenni di osservazione. Questo dato non equivale al rischio assoluto delle singole categorie di consumo, che non può essere ricavato dal solo comunicato dello studio.
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Cosa significa davvero un rischio 2,45 volte più alto
Il dato “2,45 volte” indica un rischio relativo, non significa che quasi una persona su due svilupperà un tumore né che una bibita al giorno determinerà inevitabilmente la malattia.
Se l’evento di partenza è raro, anche un forte aumento relativo può corrispondere a una variazione assoluta contenuta. Per conoscere l’impatto concreto servono i tassi di incidenza nei diversi gruppi, gli intervalli di confidenza e conferme provenienti da popolazioni indipendenti.
Il tumore gastrico ha inoltre molteplici fattori di rischio. Il National Cancer Institute indica tra quelli conosciuti l’infezione da H. pylori, il fumo, alcune condizioni ereditarie e una dieta ricca di alimenti salati, affumicati o conservati male.
Per i lettori, lo studio non impone allarmismi, ma rafforza un’indicazione già valida per la salute metabolica e dentale: limitare le bevande zuccherate e preferire normalmente acqua o prodotti non zuccherati.
L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di mantenere gli zuccheri liberi sotto il 10% dell’energia giornaliera, suggerendo di scendere sotto il 5% per ottenere ulteriori benefici.
Chi beve occasionalmente una bibita non deve interpretare il risultato come una diagnosi. Il segnale riguarda soprattutto un consumo elevato e ripetuto. Serviranno nuovi studi per verificare l’associazione, quantificare il rischio assoluto e chiarire se siano coinvolti zuccheri, metabolismo, infiammazione o altri aspetti dello stile di vita.









