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La catastrofe al confine tra Nepal e Tibet sarebbe stata innescata dal collasso di una massa glaciale, precipitata nella valle e trasformata in una devastante colata di acqua, fango e detriti. L’ipotesi iniziale del terremoto è stata ridimensionata, mentre resta da chiarire l’eventuale coinvolgimento di un lago glaciale.

Un’enorme massa di ghiaccio e rocce che precipita per oltre mille metri, raggiunge il fondovalle e genera un’onda distruttiva capace di travolgere centri abitati, strade e ponti. È questa la prima ricostruzione scientifica del disastro avvenuto tra Nepal e Tibet, dove una violenta alluvione ha provocato oltre 160 morti e lasciato centinaia di persone irraggiungibili.

Il bilancio rimane provvisorio e cambia rapidamente con il procedere delle ricerche. Le comunicazioni interrotte e l’inaccessibilità di numerose località rendono difficile distinguere le persone effettivamente disperse da quelle che non sono ancora riuscite a mettersi in contatto con le autorità.

Tra gli irraggiungibili risultano anche centinaia di turisti e pellegrini stranieri. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che i due italiani direttamente coinvolti stanno bene e sono assistiti dal personale diplomatico.

Gli Stati Uniti hanno annunciato lo stanziamento di 500mila dollari per sostenere le popolazioni colpite, mentre proseguono le operazioni di soccorso su entrambi i lati del confine.

Cosa è successo in Nepal e Tibet

L’alluvione ha colpito una remota regione dell’Himalaya lungo il confine tra la contea tibetana di Gyirong, amministrata dalla Cina, e il distretto nepalese di Rasuwa.

Il Nepal si trova nell’Asia meridionale, tra India e Cina, e comprende una parte importante della catena dell’Himalaya. Il Tibet è invece una regione autonoma cinese situata a nord del confine nepalese.

Secondo le immagini satellitari esaminate dagli esperti, una porzione di ghiacciaio si sarebbe staccata a circa 5.200 metri di altitudine, precipitando verso una valle posta circa 1.200 metri più in basso.

Durante la caduta, il ghiaccio avrebbe trascinato con sé rocce, terra e sedimenti. L’enorme massa avrebbe poi raggiunto il sistema fluviale, trasformandosi in una colata estremamente veloce e densa, descritta da alcuni testimoni come una parete di cemento liquido.

L’acqua e i detriti hanno travolto abitazioni, veicoli, infrastrutture e impianti idroelettrici. Il livello dei corsi d’acqua a valle sarebbe cresciuto di diversi metri nel giro di pochi minuti, lasciando pochissimo tempo per mettersi in salvo.

Il ghiacciaio è la causa più probabile dell’alluvione

La spiegazione considerata più solida è quella di un collasso glaciale, seguito da una valanga di ghiaccio e rocce e da una colata di detriti.

Il Servizio geologico degli Stati Uniti, l’Usgs, aveva inizialmente registrato nell’area un segnale sismico compatibile con una scossa di terremoto. Una successiva analisi ha però indicato che quelle vibrazioni sarebbero state generate dal movimento della gigantesca massa glaciale e dalla frana, non da una rottura tettonica.

La sequenza più probabile sarebbe quindi questa: il ghiacciaio si è destabilizzato, una sua parte è crollata lungo il versante e il materiale ha raggiunto la valle, mobilitando acqua, fango e detriti.

Le indagini devono ancora stabilire le dimensioni esatte del distacco e verificare se la massa abbia colpito un lago o ostruito temporaneamente un corso d’acqua. La rottura improvvisa di uno sbarramento naturale potrebbe infatti aver amplificato la piena.

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Cos’è un GLOF e perché viene indicato tra le ipotesi

Il termine GLOF è l’acronimo inglese di Glacial Lake Outburst Flood, cioè un’inondazione provocata dallo svuotamento improvviso di un lago glaciale.

Questi laghi si formano quando l’acqua prodotta dallo scioglimento del ghiaccio si raccoglie davanti, accanto, all’interno oppure al di sotto di un ghiacciaio. Spesso l’acqua è trattenuta da una diga naturale composta da ghiaccio, rocce e sedimenti chiamati morene.

Se la barriera cede, una grande quantità d’acqua può essere liberata in pochi minuti e riversarsi nelle vallate sottostanti. Il cedimento può essere provocato dall’instabilità della diga, dall’erosione, da piogge intense oppure dalla caduta di ghiaccio e rocce nel lago.

Secondo l’International Centre for Integrated Mountain Development, una valanga o una frana può generare nel bacino un’onda abbastanza forte da superare e danneggiare lo sbarramento naturale.

Nel caso dell’alluvione tra Tibet e Nepal, tuttavia, non è ancora dimostrato che sia avvenuto un vero GLOF. Le prime analisi indicano direttamente il collasso di una massa glaciale, ma resta da verificare se questo abbia coinvolto anche un lago glaciale. Parlare già con certezza della rottura di un lago sarebbe quindi prematuro.

Il terremoto ha provocato il crollo del ghiacciaio?

La scossa di terremoto è stata una delle prime ipotesi formulate subito dopo il disastro. In una regione sismicamente attiva come l’Himalaya, un sisma può effettivamente destabilizzare pareti rocciose, ghiacciai e laghi di alta montagna.

Le successive analisi dell’Usgs hanno però portato a una ricostruzione differente. Il segnale registrato dagli strumenti non sarebbe stato prodotto da un terremoto, ma dal crollo del ghiacciaio e dalla frana.

Al momento non ci sono dunque elementi sufficienti per sostenere che una scossa abbia innescato la catastrofe. L’ipotesi non coincide con le indicazioni più recenti degli esperti e deve essere considerata superata, salvo nuove evidenze.

Anche le forti piogge possono aver aumentato la quantità d’acqua nei fiumi, saturato il terreno e reso più distruttiva la colata. Non è però ancora possibile stabilire quanto abbiano contribuito all’innesco iniziale.

Qual è il ruolo del cambiamento climatico

Il riscaldamento globale costituisce un importante fattore di rischio per l’intera regione himalayana. Temperature più elevate accelerano lo scioglimento e il ritiro dei ghiacciai, favoriscono la formazione di nuovi laghi e possono indebolire il ghiaccio e il permafrost che tengono uniti i versanti.

Questo non significa che sia già possibile attribuire direttamente il singolo crollo al cambiamento climatico. Per farlo servono analisi specifiche sulle temperature, sulle precipitazioni, sulla struttura del ghiacciaio e sulla sua evoluzione nel tempo.

Il quadro generale, tuttavia, è chiaro: un Himalaya più caldo presenta una maggiore instabilità glaciale e un numero crescente di bacini potenzialmente pericolosi. Frane, valanghe di ghiaccio e GLOF possono inoltre interagire tra loro, generando eventi concatenati molto più distruttivi di una normale piena.

Soccorsi difficili e pericolo di nuove frane

Le ricerche sono rese particolarmente complesse dalla conformazione del territorio. Strade e ponti sono stati distrutti, le comunicazioni risultano interrotte e numerose località possono essere raggiunte soltanto con gli elicotteri.

Le autorità stanno anche controllando la possibile formazione di sbarramenti temporanei a monte. Una frana può bloccare un fiume e creare un lago provvisorio che, cedendo improvvisamente, provocherebbe una seconda alluvione.

Il numero delle vittime e dei dispersi potrà quindi essere definito soltanto con il ripristino dei collegamenti e il raggiungimento delle comunità isolate. Resta ancora da chiarire anche la dinamica completa del disastro: il collasso del ghiacciaio appare la causa principale, mentre l’eventuale GLOF, le piogge e il ruolo del riscaldamento globale richiedono ulteriori verifiche.

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