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L’epidemia provocata dal virus Bundibugyo continua a espandersi nella Repubblica Democratica del Congo. Per i Paesi non confinanti, compresa l’Italia, il rischio è considerato basso: l’Oms non raccomanda la chiusura delle frontiere, la sospensione dei voli o il blocco dei viaggiatori.

L’epidemia di Ebola da virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo resta un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale. La conferma arriva dall’Organizzazione mondiale della sanità dopo la seconda riunione del Comitato di emergenza previsto dal Regolamento sanitario internazionale.

Il Comitato si è riunito il 18 agosto 2026, mentre le raccomandazioni aggiornate sono state pubblicate il 24 agosto. La situazione nel Paese africano rimane particolarmente grave: gli ultimi dati governativi disponibili, aggiornati al 22 agosto, indicano 5.514 casi confermati e 2.642 decessi, con un tasso di letalità vicino al 48%.

Almeno 1.200 pazienti sono guariti, ma la trasmissione continua a procedere più velocemente delle attività di contenimento. Il focolaio ha raggiunto 57 zone sanitarie nelle province di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Bas-Uélé e Tshopo.

Medici Senza Frontiere ha descritto la velocità della crisi con un dato drammatico: in questa fase dell’epidemia si registrerebbe mediamente “un morto ogni mezz’ora”. Il bilancio reale potrebbe inoltre essere più elevato, soprattutto nelle aree remote dove l’accesso ai test e alle strutture sanitarie è limitato.

Cosa significa emergenza sanitaria internazionale

La definizione ufficiale utilizzata dall’Oms è Pheic, acronimo inglese di “Public Health Emergency of International Concern”. Non significa che il virus si stia diffondendo senza controllo in tutto il mondo, ma che l’evento richiede una risposta coordinata tra gli Stati.

L’emergenza era stata dichiarata il 17 maggio 2026, dopo la conferma di casi nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. La seconda valutazione non ha revocato lo stato di allerta perché l’epidemia congolese resta in una fase di intensa trasmissione.

L’Oms considera il rischio molto alto nella Repubblica Democratica del Congo e alto nei Paesi confinanti, dove sono più frequenti gli spostamenti via terra. Rientrano in questo gruppo Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania, Uganda e Zambia.

Per tutti gli altri Stati, compresa l’Italia, il rischio viene invece classificato come basso. Ciò non esclude completamente la possibilità di casi importati, ma indica che la probabilità di una trasmissione prolungata è limitata quando funzionano sorveglianza, diagnosi e isolamento.

Casi collegati all’epidemia sono stati identificati anche in Francia e Germania. Non è stata tuttavia documentata una diffusione sostenuta al di fuori del Congo. L’Uganda, dopo le prime infezioni importate e alcuni contagi secondari, è riuscita a interrompere la trasmissione.

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Perché l’Oms non chiede di chiudere frontiere e voli

L’Organizzazione mondiale della sanità non raccomanda la sospensione dei voli, il blocco delle rotte fluviali o il rifiuto indiscriminato dell’ingresso ai viaggiatori provenienti dai territori interessati.

Secondo l’Oms, chiusure generalizzate avrebbero un’efficacia limitata e potrebbero ostacolare l’arrivo degli operatori sanitari, delle attrezzature e degli aiuti necessari. Potrebbero inoltre spingere gli spostamenti verso percorsi informali, rendendo più difficile il controllo sanitario.

Ai Paesi confinanti viene chiesto di rafforzare la sorveglianza ai valichi terrestri, predisporre materiali di protezione e organizzare squadre in grado di investigare rapidamente eventuali casi sospetti.

Gli Stati più lontani devono invece prepararsi a identificare, valutare e gestire viaggiatori con febbre inspiegabile provenienti dalle zone colpite. Le strutture sanitarie devono conoscere la definizione di caso, individuare laboratori adeguati e disporre di spazi per l’isolamento in sicurezza.

Chi arriva da un’area con trasmissione comunitaria deve ricevere informazioni sui sintomi e sulle procedure da seguire qualora dovessero manifestarsi entro 21 giorni, il periodo massimo di incubazione conosciuto.

Le raccomandazioni non equivalgono quindi a un allarme per la popolazione italiana. Il rischio riguarda soprattutto chi soggiorna nelle province congolesi interessate, gli operatori umanitari e le persone entrate in contatto diretto con un malato.

Come si trasmette l’Ebola Bundibugyo

Il virus Bundibugyo appartiene al genere degli orthoebolavirus e provoca una forma grave di malattia da Ebola. La trasmissione tra persone avviene attraverso il contatto diretto con sangue, secrezioni o altri fluidi corporei di un soggetto infetto oppure con oggetti e superfici contaminati.

Una persona non è normalmente contagiosa prima della comparsa dei sintomi. Le manifestazioni iniziali possono comprendere febbre, stanchezza intensa, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola. Successivamente possono comparire vomito, diarrea, compromissione degli organi e, in alcuni casi, emorragie.

Il contagio può essere amplificato negli ospedali privi di dispositivi di protezione e durante funerali nei quali si entra in contatto diretto con il corpo della persona deceduta. L’Oms chiede quindi di potenziare diagnosi, tracciamento dei contatti, isolamento, assistenza clinica e sepolture sicure e dignitose.

Per il virus Bundibugyo non esistono ancora vaccini o trattamenti specifici approvati. Sono però in corso sperimentazioni su due vaccini progettati contro questa variante e su possibili terapie.

Il Congo ha ricevuto anche migliaia di dosi del vaccino Ervebo, già utilizzato contro un’altra specie di Ebola. La sua eventuale efficacia contro Bundibugyo deve però essere ancora verificata e non può essere considerata garantita.

Perché l’epidemia è così difficile da fermare

Quella in corso è diventata la più grande epidemia di Ebola mai registrata nella Repubblica Democratica del Congo e la seconda più grave al mondo dopo quella che colpì l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016.

La risposta sanitaria è ostacolata dai conflitti armati, dagli sfollamenti, dalle difficoltà nel raggiungere le comunità rurali e dalla fragilità delle strutture mediche. Pesano anche la disinformazione, la diffidenza verso gli operatori e le aggressioni subite dalle squadre impegnate nell’emergenza.

Molte persone muoiono nelle proprie abitazioni o fuori dai centri di cura, senza essere state precedentemente inserite nelle liste dei contatti. Ogni caso non individuato può quindi nascondere una catena di trasmissione ancora attiva.

L’obiettivo immediato è rintracciare i contatti per almeno 21 giorni, aumentare la capacità dei laboratori e garantire cure tempestive. L’Oms avverte che l’epidemia è ancora lontana dall’essere controllata, ma ribadisce che chiudere indiscriminatamente le frontiere non rappresenta la risposta indicata.

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