Il focolaio causato dal virus Bundibugyo ha raggiunto 4.945 casi confermati e 2.325 decessi nella Repubblica Democratica del Congo. L’allarme delle Nazioni Unite: nella fase più critica è stata registrata una morte ogni 30 minuti.
La nuova epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo è diventata quella con il maggior numero di vittime mai registrato nel Paese. Il bilancio aggiornato al 15 agosto 2026 indica 4.945 casi confermati in laboratorio, 2.325 morti e 1.040 persone guarite.
I dati, comunicati dalle autorità congolesi e riportati dagli organismi sanitari internazionali, mostrano una letalità apparente vicina al 47%. Significa che quasi una persona contagiata su due è deceduta, anche se il dato può essere influenzato dai casi non diagnosticati e dalle difficoltà di accesso alle cure.
Ebola in Congo, i numeri superano l’epidemia del 2018-2020
L’attuale focolaio ha superato per numero di vittime quello che colpì l’est del Congo tra il 2018 e il 2020. Quell’epidemia, provocata da una variante differente del virus, causò 2.299 morti su 3.481 casi ed era stata fino a oggi la più grave nella storia congolese.
Il primato mondiale resta invece quello dell’epidemia che, tra il 2014 e il 2016, investì soprattutto Guinea, Liberia e Sierra Leone, provocando secondo l’Organizzazione mondiale della sanità oltre 28.600 contagi e 11.325 decessi.
L’emergenza attuale è stata dichiarata ufficialmente il 15 maggio 2026, ma gli esperti ritengono che il virus circolasse già da alcune settimane. Si tratta della diciassettesima epidemia di Ebola registrata nella Repubblica Democratica del Congo.
Le Nazioni Unite l’hanno descritta come il focolaio di Ebola “a più rapida crescita mai registrato”. L’espressione “una persona uccisa ogni 30 minuti” fotografa il ritmo dei decessi osservato nella fase più critica dell’emergenza e non rappresenta una media costante dall’inizio dell’epidemia.
Il responsabile degli Affari umanitari dell’Onu, Tom Fletcher, ha avvertito che “Ebola sta vincendo nella Repubblica Democratica del Congo”, chiedendo un’accelerazione degli interventi sanitari e degli aiuti internazionali.
Cos’è il virus Bundibugyo e come avviene il contagio
A causare l’epidemia è il Bundibugyo ebolavirus, identificato per la prima volta in Uganda nel 2007. Il primo focolaio conosciuto provocò 131 casi e 42 morti, con una letalità del 32%.
Il virus si trasmette attraverso il contatto diretto con sangue e altri fluidi corporei di una persona malata oppure con superfici e materiali contaminati, come indumenti, aghi e lenzuola. Anche i riti funebri che prevedono il contatto con il corpo della persona deceduta possono favorire la diffusione.
Ebola non si trasmette per via aerea come l’influenza o il Covid-19. Una persona infetta non è considerata contagiosa prima della comparsa dei sintomi.
La malattia può provocare febbre, forte debolezza, dolori muscolari, mal di testa, vomito e diarrea. Nei casi più gravi possono manifestarsi emorragie interne o esterne e insufficienza multiorgano.
Per la variante Bundibugyo non esistono al momento un vaccino autorizzato o una terapia antivirale specifica. Questo non significa, tuttavia, che non sia possibile curare i pazienti: la reidratazione, il controllo dei sintomi e il trattamento tempestivo delle complicazioni possono aumentare sensibilmente le probabilità di sopravvivenza. Vaccini e farmaci sperimentali sono inoltre in fase di valutazione.
Dall’Ituri ad altre cinque province: perché il virus corre
L’epicentro dell’emergenza è la provincia nord-orientale dell’Ituri, dove sono stati registrati oltre 4.100 casi e risultano coinvolte 28 delle 36 zone sanitarie. Il contagio ha successivamente raggiunto altre aree, arrivando complessivamente a sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé.
La diffusione è favorita da condizioni estremamente difficili. Nell’est del Congo operano da anni numerosi gruppi armati e milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Gli spostamenti continui, le strade insicure e la debole presenza dello Stato ostacolano il lavoro delle squadre sanitarie.
Molte comunità vivono inoltre lontano dagli ospedali e si rivolgono alle strutture sanitarie quando la malattia è già avanzata. Diagnosi tardive e decessi avvenuti nelle abitazioni rendono più difficile individuare e monitorare tutti i contatti delle persone contagiate.
A questi problemi si aggiungono la carenza di dispositivi di protezione, le difficoltà nell’organizzazione di sepolture sicure e la diffidenza di una parte della popolazione. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il coinvolgimento delle comunità è decisivo: senza la collaborazione di famiglie, commercianti e leader locali, le catene di trasmissione rischiano di restare nascoste.
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Cosa può fermare l’epidemia e quali sono i rischi fuori dal Congo
La risposta internazionale si concentra su diagnosi rapida, isolamento dei pazienti, tracciamento dei contatti, protezione degli operatori sanitari e sepolture sicure. L’OMS e l’Africa CDC stanno inoltre sostenendo la formazione del personale e il potenziamento dei laboratori.
Il fatto che siano già state registrate 1.040 guarigioni conferma l’importanza dell’assistenza tempestiva. Ogni ritardo, invece, aumenta sia il rischio per il paziente sia la possibilità di nuovi contagi all’interno della famiglia e della comunità.
Per l’Italia e per gli altri Paesi europei, il rischio per la popolazione generale resta contenuto perché Ebola richiede un contatto diretto con fluidi corporei infetti. L’emergenza riguarda soprattutto il sistema sanitario congolese e i territori confinanti, ma la mobilità internazionale impone attenzione sui viaggiatori provenienti dalle zone coinvolte.
La priorità è interrompere rapidamente le catene di contagio. Senza un rafforzamento degli aiuti, delle strutture sanitarie e della fiducia della popolazione, il focolaio potrebbe continuare a espandersi in un’area già segnata da conflitti, sfollamenti e povertà.









