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Anche nelle Marche entra nel vivo la raccolta del pomodoro, mentre per quello destinato all’industria il nuovo accordo del Centro-Sud stabilisce prezzi inferiori rispetto al 2025. La qualità resta decisiva, ma gasolio, fertilizzanti, irrigazione e manodopera continuano a comprimere i margini delle aziende.

La raccolta del pomodoro entra nella fase centrale anche nelle campagne marchigiane. Per le aziende agricole, tuttavia, il momento più atteso dell’annata arriva in un contesto economico complesso, segnato da prezzi di riferimento in calo e costi produttivi rimasti su livelli elevati.

La situazione delle Marche è diversa da quella della Capitanata, principale distretto del pomodoro da industria del Centro-Sud. La regione non presenta superfici paragonabili a quelle pugliesi e una parte della produzione è destinata al mercato fresco, alle filiere locali e alla vendita diretta.

Le Marche rientrano però nel bacino interregionale del pomodoro da industria del Centro-Sud. Di conseguenza, anche per i produttori marchigiani che conferiscono alle aziende di trasformazione assumono rilievo i prezzi definiti nell’accordo per la campagna 2026.

Pomodoro da industria, quanto viene pagato nel 2026

L’accordo raggiunto tra la parte agricola e le imprese di trasformazione stabilisce per il bacino Centro-Sud un prezzo medio di riferimento di 140 euro a tonnellata per il pomodoro tondo, equivalenti a 14 centesimi al chilogrammo.

Per il pomodoro lungo il valore sale a 150 euro a tonnellata, cioè 15 centesimi al chilogrammo, mentre per il pomodorino il riferimento è di 210 euro a tonnellata, pari a 21 centesimi al chilogrammo.

Alle produzioni biologiche viene riconosciuta una maggiorazione di 45 euro a tonnellata, applicata alle differenti tipologie. I valori rappresentano riferimenti medi: l’importo effettivamente corrisposto può variare in base ai contratti, alla qualità del prodotto consegnato, al grado zuccherino e alla percentuale di frutti non conformi.

Rispetto alla campagna precedente, il prezzo è diminuito. Nel 2025 il riferimento era stato fissato a 147,50 euro a tonnellata per il pomodoro tondo e a 155 euro per quello lungo. La riduzione è quindi di 7,50 euro a tonnellata per il tondo e di 5 euro per il lungo.

I dati dell’accordo sono stati riportati da Terra e Vita, che ha evidenziato le difficoltà incontrate durante il confronto tra produttori e trasformatori.

Perché i conti diventano più difficili per gli agricoltori

La diminuzione del prezzo può sembrare contenuta se calcolata su un chilogrammo di prodotto, ma assume un peso rilevante quando viene applicata all’intero raccolto di un’azienda.

A incidere sulla redditività è soprattutto il rapporto tra resa per ettaro e costi sostenuti. Un raccolto abbondante e di qualità può compensare parzialmente il prezzo più basso. Al contrario, rese ridotte a causa del caldo, della scarsità d’acqua o delle malattie possono lasciare margini insufficienti.

Tra le principali spese affrontate dalle aziende rientrano il carburante agricolo, i fertilizzanti, i prodotti per la difesa delle colture, le piantine, l’acqua per l’irrigazione e la manodopera. A queste si aggiungono i costi per la raccolta, il trasporto e l’adeguamento alle regole ambientali.

Nelle Marche assume particolare importanza anche la disponibilità idrica. Il pomodoro richiede irrigazioni regolari, soprattutto durante le fasi di crescita e maturazione. Estati caratterizzate da temperature elevate aumentano il fabbisogno d’acqua e possono favorire scottature, maturazioni irregolari e una riduzione delle rese.

Per il pomodoro da industria vengono valutati anche il grado Brix, che misura la concentrazione zuccherina, la presenza di bacche verdi o danneggiate e lo stato sanitario del prodotto. Una qualità inferiore ai parametri contrattuali può tradursi in penalizzazioni sul prezzo finale.

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Le Marche nel bacino del pomodoro del Centro-Sud

Le Marche fanno parte dell’Organizzazione interprofessionale del pomodoro da industria del Centro-Sud insieme ad Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Puglia, Toscana, Sardegna, Sicilia e Umbria.

Secondo i dati pubblicati dall’OI Pomodoro Centro-Sud, nel complesso di queste regioni vengono coltivati circa 34mila ettari. La filiera coinvolge 20 organizzazioni di produttori e 43 imprese di trasformazione, con circa 2,87 milioni di tonnellate lavorate, sulla base dei dati 2024.

Il peso delle Marche è molto più limitato rispetto a quello di Puglia e Campania. La produzione regionale si inserisce prevalentemente in aziende diversificate, nelle quali il pomodoro può affiancarsi ad altre colture orticole.

Questa dimensione ridotta può rappresentare un limite nella capacità di incidere sulle contrattazioni, ma può anche favorire percorsi differenti: vendita diretta, trasformazione artigianale, mercati contadini e valorizzazione di varietà locali.

Per le imprese che lavorano con l’industria, invece, diventano centrali l’aggregazione dell’offerta e il ruolo delle organizzazioni dei produttori. Raccogliere quantità sufficienti, programmare i trapianti e coordinare i conferimenti permette di ridurre i costi logistici e di negoziare condizioni più sostenibili.

Qualità elevata, ma serve una filiera più remunerativa

Il pomodoro raccolto nelle Marche durante l’estate può raggiungere buoni livelli qualitativi grazie all’alternanza tra temperature diurne elevate e condizioni notturne più miti in diverse aree interne. L’andamento finale della campagna dipenderà tuttavia dal clima delle prossime settimane.

Il valore qualitativo, da solo, non garantisce la redditività. Se il prezzo alla produzione diminuisce mentre le spese rimangono elevate, gli agricoltori possono essere costretti a ridurre gli investimenti o ad abbandonare le colture più impegnative.

La questione riguarda anche i consumatori. Una filiera agricola economicamente fragile rischia di ridurre l’offerta italiana, aumentando nel tempo la dipendenza da prodotto o derivati provenienti dall’estero. Tracciabilità dell’origine, contratti chiari e distribuzione equilibrata del valore diventano quindi elementi essenziali.

La campagna 2026 si apre così con due aspetti contrapposti: da una parte l’attenzione alla qualità e alle produzioni territoriali, dall’altra prezzi inferiori al 2025 e costi che continuano a pesare sui bilanci. Per le aziende marchigiane, la sfida sarà trasformare la qualità del raccolto in un riconoscimento economico adeguato lungo tutta la filiera.

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