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Nel 2025 la durata attesa della vita lavorativa in Italia raggiunge appena 33 anni, contro una media europea di 37,5. Peggio fa soltanto la Romania. Ancora più profondo il divario per le donne, ferme a 28,4 anni. CNA Ascoli Piceno chiede interventi su occupazione, formazione e ricambio generazionale.

L’Italia è tra i Paesi europei nei quali si vive più a lungo, ma anche tra quelli in cui si trascorrono meno anni nel mercato del lavoro. Nel 2025, infatti, la durata attesa della vita lavorativa si ferma a 33 anni, quattro anni e mezzo in meno rispetto alla media dell’Unione europea.

Il dato colloca il nostro Paese al penultimo posto nella classifica comunitaria, davanti soltanto alla Romania, ferma a 32,7 anni. A richiamare l’attenzione sul fenomeno è uno studio della CNA, che evidenzia le conseguenze economiche e sociali di una partecipazione al lavoro ancora troppo ridotta.

Cosa significa “durata attesa della vita lavorativa”

L’indicatore non corrisponde all’età pensionabile e non misura neppure gli anni di contributi versati da una persona con un’occupazione continuativa.

Come chiarisce Eurostat, la durata attesa della vita lavorativa stima il numero di anni che una persona di 15 anni può prevedere di trascorrere nella forza lavoro nel corso della propria vita.

Il calcolo comprende sia i periodi da occupato sia quelli durante i quali una persona, pur essendo disoccupata, cerca attivamente un impiego. Tiene inoltre conto delle aspettative di vita, delle condizioni demografiche e dei livelli di partecipazione registrati nelle diverse fasce d’età.

Il risultato italiano non dipende, dunque, esclusivamente dall’uscita anticipata dal lavoro. A pesare sono soprattutto l’ingresso tardivo dei giovani, le carriere discontinue, i lunghi periodi di inattività e la limitata partecipazione femminile.

Nel confronto con il 2024 il miglioramento è contenuto. L’Italia è passata da 32,8 a 33 anni, guadagnando poco più di due mesi. Nello stesso periodo la media europea è cresciuta da 37,2 a 37,5 anni.

Dai 44 anni dei Paesi Bassi ai 33 dell’Italia

La distanza rispetto alle principali economie europee rimane considerevole. In Germania la durata attesa della vita lavorativa raggiunge 40,2 anni, mentre in Francia si attesta a 37,5 anni e in Spagna a 36,8.

I Paesi Bassi guidano la classifica con 44 anni, undici in più rispetto all’Italia. Seguono Svezia con 43,4 anni e Danimarca con 42,6. Dietro l’Italia si trova solamente la Romania.

Secondo l’elaborazione della CNA, il nostro Paese ha registrato alcuni progressi nell’ultimo decennio, ma non sufficienti per recuperare il ritardo. Nel 2015 l’indicatore italiano era pari a 30,7 anni: la crescita complessiva è stata quindi di 2,3 anni.

Nello stesso periodo la media europea sarebbe passata da 34,9 a 37,5 anni, aumentando di 2,6 anni. Il divario dell’Italia rispetto all’Unione, anziché diminuire, sarebbe così salito da 4,2 a 4,5 anni.

Il dato assume un peso particolare considerando l’invecchiamento della popolazione. Nel 2025 l’Italia ha raggiunto un’età mediana di 49,1 anni, la più alta nell’Unione europea, secondo la pubblicazione sulla demografia di Eurostat.

Per le donne la vita lavorativa scende a 28,4 anni

La situazione più critica riguarda la componente femminile. In Italia una donna può attendersi di rimanere nella forza lavoro per appena 28,4 anni, contro una media europea di 35,4.

La distanza è quindi di sette anni. Il divario italiano tra uomini e donne raggiunge invece 8,9 anni, risultando il più elevato nell’Unione europea.

Il dato riflette un problema strutturale che comprende la difficoltà di conciliare famiglia e professione, l’insufficienza dei servizi di assistenza, l’elevata diffusione delle carriere discontinue e l’uscita dal mercato del lavoro dopo la maternità o per occuparsi di familiari non autosufficienti.

Ridurre questa distanza non rappresenta soltanto una questione di parità. Una maggiore partecipazione femminile allargherebbe la base occupazionale, sosterrebbe la crescita economica e contribuirebbe alla sostenibilità del sistema previdenziale.

Lo stesso vale per i giovani, che spesso entrano stabilmente nel mercato dopo lunghi percorsi formativi, periodi di disoccupazione o una successione di contratti precari. Il rischio è perdere competenze e capitale umano proprio mentre le imprese denunciano difficoltà nel reperire personale qualificato.

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CNA Ascoli: «Servono assunzioni e ricambio generazionale»

Per Francesco Balloni e Arianna Trillini, rispettivamente direttore e presidente della CNA di Ascoli Piceno, lasciare inutilizzata una parte così consistente del capitale umano costituisce «un problema sociale» e «un limite strutturale alla crescita e alla tenuta futura del sistema pensionistico».

Secondo i rappresentanti dell’associazione, allungare la vita lavorativa non deve significare bloccare il ricambio occupazionale o limitarsi a trattenere più a lungo i lavoratori anziani.

«Senza nuove assunzioni, staffette generazionali e percorsi di affiancamento, la permanenza degli anziani rischia di rallentare l’ingresso dei giovani e di rendere ancora più difficile il ricambio delle competenze», sottolineano Balloni e Trillini.

Per CNA Ascoli Piceno le priorità sono:

  • favorire l’occupazione giovanile e femminile;
  • rafforzare l’istruzione tecnica e professionale;
  • rilanciare apprendistato e formazione continua;
  • migliorare la conciliazione tra lavoro e famiglia;
  • sostenere l’invecchiamento attivo;
  • accompagnare la trasmissione di imprese e competenze tra generazioni.

Un ruolo centrale viene attribuito alle micro e piccole imprese, considerate una porta d’accesso fondamentale all’occupazione e alla crescita professionale. La sfida, quindi, non consiste semplicemente nel lavorare più a lungo, ma nell’aumentare le opportunità di impiego stabile, qualificato e accessibile durante tutte le fasi della vita.

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