Temperature elevate e prolungate possono ridurre temporaneamente concentrazione e motilità degli spermatozoi. L’allarme della Fondazione Foresta al Congresso SIAMS di Modena, con cinque consigli per limitare lo stress termico senza inutili allarmismi.
Il caldo intenso e prolungato può influire negativamente sulla fertilità maschile, riducendo la concentrazione e la capacità di movimento degli spermatozoi. È uno dei temi al centro del 16° Congresso nazionale della Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità, in programma dal 14 al 16 settembre 2026 al Policlinico di Modena.
A richiamare l’attenzione è la Fondazione Foresta ETS di Padova, dopo un’estate segnata da temperature eccezionali. Secondo le elaborazioni del CNR citate dalla Fondazione, l’estate 2026 sarebbe stata la più calda osservata in Italia dal 1950, con una temperatura media nazionale di 24,3 °C.
Agosto avrebbe raggiunto una media di 25,6 °C, pari a 3,5 gradi sopra il riferimento 1991-2020. Il problema sanitario, tuttavia, non riguarda una singola giornata torrida, ma l’esposizione ripetuta o prolungata al calore, soprattutto in presenza di altri fattori di rischio.
Perché i testicoli devono restare più freschi
La posizione dei testicoli all’esterno del corpo permette di mantenere una temperatura inferiore a quella interna, condizione necessaria per la produzione e la maturazione degli spermatozoi.
Quando l’esposizione termica è intensa e prolungata, i naturali meccanismi di dispersione del calore possono non essere sufficienti. Lo stress termico può così interferire con la spermatogenesi, il processo biologico attraverso il quale vengono prodotti gli spermatozoi.
«Una singola giornata torrida non rende un uomo infertile», chiarisce il professor Carlo Foresta, presidente di Fondazione Foresta ETS. Il rischio aumenta quando il calore dura a lungo o si ripete e si associa a condizioni come varicocele, obesità o lavoro vicino a fonti termiche.
Secondo Foresta, in presenza di stress termico il testicolo può interrompere parte della spermatogenesi come meccanismo di protezione contro possibili danni al DNA. Ciò non equivale necessariamente a un’infertilità permanente.
La produzione degli spermatozoi richiede diverse settimane. Per questo gli effetti di un’esposizione avvenuta durante l’estate possono emergere anche successivamente in uno spermiogramma. Allo stesso modo, quando viene rimossa la causa termica, i parametri possono richiedere alcuni mesi per recuperare.
Lo studio sulle saune e la riduzione degli spermatozoi
Una dimostrazione sperimentale è arrivata nel 2013 da uno studio del gruppo padovano, pubblicato sulla rivista Human Reproduction. La ricerca coinvolse soltanto 10 volontari sani, tutti inizialmente con parametri seminali nella norma.
Gli uomini furono sottoposti per tre mesi a due saune settimanali di 15 minuti, a temperature comprese tra 80 e 90 °C. Si trattava di un’esposizione molto più intensa rispetto a una normale giornata estiva, scelta per rendere osservabile l’effetto biologico.
La temperatura scrotale media aumentò da 34,5 a 37,5 °C. Al termine dell’esperimento, la concentrazione media degli spermatozoi era scesa da 89 a 31 milioni per millilitro, il numero totale da 223 a 93 milioni e la motilità progressiva dal 58% al 36%.
Le analisi mostrarono anche modificazioni nei processi che compattano e proteggono il patrimonio genetico paterno. Lo studio pubblicato su Human Reproduction evidenziò però un aspetto importante: gli effetti risultarono reversibili dopo l’interruzione dell’esposizione.
I risultati devono essere interpretati con cautela per il numero limitato dei partecipanti e per le condizioni sperimentali estreme. Non dimostrano che una comune estate calda produca automaticamente lo stesso effetto.
Genetica e caldo: perché alcuni uomini sono più vulnerabili
Un’altra ricerca coordinata dal gruppo di Foresta ha analizzato il gene E2F1, coinvolto nella divisione e nel differenziamento delle cellule.
Tra 540 uomini, variazioni nel numero di copie del gene sono state individuate in 12 dei 343 soggetti con infertilità e in nessuno dei 197 controlli. Negli esperimenti cellulari, il calore aumentava l’espressione di E2F1, con una risposta maggiore nelle cellule caratterizzate da un numero più elevato di copie.
I dati suggeriscono una possibile interazione tra predisposizione genetica e fattori ambientali, che potrebbe contribuire a spiegare perché non tutti reagiscono allo stress termico nello stesso modo.
Nel 2026, una ricerca condotta su 5.114 uomini ha inoltre associato le temperature percepite nei 90 giorni precedenti il prelievo a una diminuzione della motilità progressiva e totale. Si tratta comunque di associazioni statistiche, che non consentono da sole di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto per ogni individuo.
Non è quindi possibile attribuire al caldo il calo della natalità italiana. Gli indicatori demografici dell’Istat mostrano una diminuzione delle nascite legata a molteplici fattori, tra cui invecchiamento della popolazione, minore numero di donne in età fertile e condizioni sociali ed economiche.
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I cinque consigli per proteggere la fertilità dal caldo
Gli esperti indicano alcune precauzioni, soprattutto per chi cerca una gravidanza, presenta fattori di rischio o lavora vicino a fonti di calore:
- Bere regolarmente e concedersi pause al fresco, evitando di applicare ghiaccio direttamente sulla cute scrotale.
- Limitare saune frequenti, bagni bollenti e idromassaggi prolungati nei periodi più caldi.
- Evitare computer appoggiati a lungo sulle gambe e l’uso prolungato di sedili riscaldati.
- Preferire biancheria e pantaloni comodi e traspiranti, soprattutto quando si resta seduti per molte ore.
- Consultare un andrologo in presenza di varicocele, difficoltà di concepimento o alterazioni riscontrate nello spermiogramma.
Per cuochi, addetti a forni e fonderie e lavoratori all’aperto, la prevenzione deve comprendere disponibilità di acqua, pause in aree fresche, rotazione delle mansioni e valutazione del medico competente.
«Occorre informare senza allarmare», sottolinea la professoressa Linda Vignozzi, presidente SIAMS. Il rischio esiste, ma deve essere valutato considerando la storia clinica, l’intensità dell’esposizione e le condizioni di ciascuna persona.









