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Proseguono le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate a Pietracatella nel dicembre 2025. Gli investigatori cercano nei dispositivi dati utili a ricostruire relazioni, ricerche online e alimenti consumati prima dei malori.

Nuovo passaggio investigativo nel caso di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, morte dopo essere state avvelenate con la ricina nella loro abitazione di Pietracatella, in provincia di Campobasso.

Nella Questura di Campobasso sono iniziate le operazioni di estrazione dei dati contenuti in un computer e in dieci pen drive, sequestrati il 31 luglio 2026 a Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime.

Il materiale era stato acquisito durante le perquisizioni eseguite dalla Squadra mobile di Campobasso e dal Servizio centrale operativo della Polizia di Stato nei due studi professionali dell’uomo, commercialista ed ex sindaco di Pietracatella.

Di Vita era stato condotto in Questura per gli adempimenti legati alla sottoscrizione del verbale di sequestro. L’accompagnamento negli uffici di polizia, le perquisizioni e il sequestro dei dispositivi non equivalgono a una contestazione penale. Il procedimento per il duplice omicidio risulta aperto contro ignoti e l’uomo è assistito dall’avvocato Vittorino Facciolla.

Che cosa cercano gli investigatori nei dispositivi

L’analisi informatica è stata affidata dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli a personale specializzato del Servizio centrale operativo. Gli accertamenti, iniziati il 28 settembre, dovranno essere completati entro 60 giorni, salvo eventuali proroghe.

Secondo quanto riferito dall’ANSA, la Procura ha richiesto l’estrazione di un’ampia quantità di informazioni. 

Gli specialisti dovranno verificare l’eventuale presenza di:

  • ricerche online collegate alla ricina;
  • conversazioni e rapporti tra le vittime, i familiari e altre persone;
  • annotazioni sugli alimenti consumati prima dei malori;
  • pagine di diario, documenti, lettere o note;
  • fotografie, messaggi e registrazioni vocali;
  • dati relativi alle posizioni dei dispositivi;
  • indirizzi di posta elettronica e profili social.

L’arco temporale individuato per la ricerca è particolarmente esteso e comprende il periodo dalla prima accensione dei dispositivi fino al loro ultimo utilizzo.

Alle operazioni potevano partecipare gli indagati, le persone offese, i rispettivi avvocati e i consulenti. Alla fase iniziale si è presentato il consulente informatico del legale che assiste Gianni Di Vita.

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Le perquisizioni nei due studi professionali

Il computer e le pen drive erano stati sequestrati alla fine di luglio, quando la polizia aveva perquisito i due studi professionali di Gianni Di Vita.

Il primo si trova in via Risorgimento, davanti all’abitazione nella quale Antonella e Sara avevano iniziato a manifestare i sintomi dell’avvelenamento nei giorni di Natale. Il secondo studio è situato in via D’Amato, a Campobasso.

Le verifiche erano state disposte dalla Procura di Larino nell’ambito dell’indagine per duplice omicidio premeditato. Il fascicolo, tuttavia, resta contro ignoti: l’ipotesi di reato indica la direzione delle indagini e non identifica automaticamente un responsabile.

I nuovi accertamenti informatici dovranno stabilire se nei dispositivi siano rimaste informazioni utili per ricostruire quanto accaduto prima dei malori. Potrebbero anche contribuire a individuare eventuali ricerche, comunicazioni o documenti riferibili alle due vittime.

Proprio la possibile utilizzazione del computer da parte di Antonella e Sara costituisce uno degli elementi che hanno portato al sequestro. La Procura dovrà ora valutare i dati nel loro contesto e confrontarli con testimonianze, risultati scientifici e altri reperti già acquisiti.

Le autopsie hanno confermato l’avvelenamento da ricina

Le consulenze autoptiche depositate nel luglio 2026 hanno confermato che la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita è stata provocata da un’intossicazione da ricina. La sostanza era stata precedentemente individuata nei campioni biologici dal Centro antiveleni di Pavia. Inizialmente i malori erano stati ricondotti a una possibile intossicazione alimentare. Le condizioni di madre e figlia erano però peggiorate rapidamente, fino ai due decessi avvenuti nel periodo successivo al Natale.

La ricina è una sostanza altamente tossica. La gravità degli effetti dipende dal tipo di esposizione e dalla quantità assorbita. I sintomi possono inizialmente essere confusi con quelli di altre intossicazioni, rendendo particolarmente complesso individuare immediatamente la causa.

Dopo la conferma scientifica, l’inchiesta si è sviluppata attraverso analisi biologiche, esami sugli alimenti, perquisizioni, acquisizioni informatiche e nuove audizioni delle persone informate sui fatti.

Gli accertamenti in Germania su alimenti e reperti

Una parte centrale dell’indagine riguarda i controlli effettuati con la collaborazione degli specialisti tedeschi. Gli esperti stanno cercando tracce della sostanza negli alimenti e negli altri materiali prelevati dall’abitazione di Pietracatella.

Sono stati sottoposti ad analisi 70 prodotti alimentari recuperati nei frigoriferi, nei congelatori e negli altri ambienti dell’edificio. Durante un successivo sopralluogo sono stati inoltre raccolti 131 reperti e tamponi da indumenti, mobili e suppellettili. 

Gli accertamenti dovrebbero aiutare a individuare il possibile veicolo attraverso il quale la ricina è entrata nell’organismo delle vittime. Al momento, tuttavia, non risultano comunicati ufficialmente risultati definitivi sugli alimenti.

La Procura di Larino aveva già smentito le indiscrezioni secondo le quali sarebbe stato identificato un alimento positivo alla sostanza. Anche le notizie sugli esami effettuati sui familiari devono quindi essere trattate con prudenza fino al deposito e alla comunicazione ufficiale delle relazioni scientifiche. 

I due filoni dell’inchiesta e la presunzione di innocenza

L’indagine procede lungo due distinti filoni. Il primo riguarda l’ipotesi di duplice omicidio premeditato ed è ancora contro ignoti. Il secondo interessa cinque medici indagati per omicidio colposo in relazione all’assistenza prestata a madre e figlia prima dei decessi. 

L’iscrizione nel registro degli indagati costituisce un atto di garanzia e non dimostra la responsabilità delle persone coinvolte. Ogni valutazione dovrà essere compiuta nel corso del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Gli investigatori stanno inoltre ricostruendo i rapporti familiari e personali delle vittime attraverso deposizioni, messaggi e documenti. Le piste relative a presunti moventi sentimentali, contrasti o reticenze restano però ipotesi investigative e indiscrezioni, non conclusioni giudiziarie.

Saranno l’esame dei dispositivi elettronici, le analisi scientifiche e il confronto complessivo degli elementi raccolti a stabilire se esistano dati capaci di indirizzare l’inchiesta verso una persona determinata.

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