Una ricerca su Science ricostruisce l’espansione della calotta di Barnes, in Canada, iniziata circa duemila anni fa e invertita dagli anni Sessanta. Gli autori la interpretano come l’avvio interrotto di un nuovo ciclo glaciale, ma il risultato non equivale a un’imminente era glaciale evitata.
Il riscaldamento globale ha interrotto un’espansione dei ghiacci che durava da circa duemila anni. È la conclusione di uno studio sulla calotta di Barnes, nell’isola di Baffin, nell’Artico canadese, pubblicato il 22 ottobre 2026 sulla rivista Science.
Gli autori interpretano quella crescita come il primo passo di una nuova glaciazione, arrestato dall’aumento delle temperature estive di origine antropica. La ricerca, intitolata “Late Holocene reexpansion of the Laurentide Ice Sheet”, riguarda l’ultimo residuo della grande calotta laurenziana che in passato ricopriva una vasta parte del Nord America.
Il risultato è significativo, ma richiede una distinzione: osservare l’inizio della ricrescita di una calotta non significa che il pianeta fosse già entrato in una fase di estesa glaciazione continentale. È proprio la definizione di quando cominci una glaciazione a essere discussa dagli studiosi.
Il lavoro mostra soprattutto quanto il riscaldamento contemporaneo possa modificare processi naturali molto lenti, ricostruiti attraverso tracce conservate nel paesaggio.
Non dimostra invece che una catastrofe glaciale fosse imminente, né consente di considerare l’aumento dei gas serra un vantaggio per il clima. Le scale temporali coinvolte sono profondamente diverse da quelle degli impatti che interessano oggi popolazioni, ecosistemi e infrastrutture.
I ghiacci avevano ripreso a crescere duemila anni fa
La calotta di Barnes conserva informazioni preziose sulla storia del clima. Si tratta di una massa di ghiaccio terrestre, da distinguere dalla banchisa che si forma sulla superficie del mare.
Secondo lo studio, dopo aver raggiunto dimensioni minime durante l’attuale periodo interglaciale, Barnes aveva ricominciato a espandersi circa duemila anni fa. La crescita proseguì fino a raggiungere un massimo intorno al 1960, dopo il quale il bilancio di massa divenne negativo e il margine iniziò ad arretrare.
Per ricostruire questa sequenza, i ricercatori hanno studiato la vegetazione rimasta sepolta sotto il ghiaccio e tornata visibile con il ritiro recente. La datazione al radiocarbonio permette di stabilire quando le piante furono inglobate, ricostruendo l’avanzamento del margine glaciale.
Come spiega la Columbia Climate School, il gruppo guidato da Nicolás Young, con Joerg Schaefer e altri colleghi, propone di considerare la prima ricrescita della calotta come l’avvio di un nuovo periodo glaciale.
È un’interpretazione dell’inizio del processo, non l’osservazione di ghiacci continentali già tornati a occupare il Nord America.
Dagli anni Sessanta, le temperature estive sono diventate sufficientemente elevate da far perdere alla calotta più ghiaccio di quanto riuscisse ad accumularne. L’arretramento moderno ha così invertito una tendenza di espansione durata molti secoli.
Harvard, niente AI e un libro a settimana: boom di domande per il corso Humanities 10
Cicli di Milankovitch: perché non esiste una data unica per la prossima glaciazione
Il clima terrestre cambia anche per effetto delle variazioni dell’orbita e dell’asse del pianeta, note come cicli di Milankovitch. Precessione, obliquità ed eccentricità modificano la distribuzione dell’energia solare tra stagioni e latitudini.
Non funzionano però come un calendario con scadenze perfettamente regolari. La risposta coinvolge anche ghiacci, oceani e concentrazioni atmosferiche di gas serra.
Uno studio guidato da Stephen Barker dell’Università di Cardiff, presentato nel febbraio 2025, ha analizzato circa un milione di anni di storia climatica, individuando relazioni ripetibili tra parametri orbitali e alternanza delle fasi glaciali e interglaciali.
La comunicazione dell’ateneo indica una possibile transizione verso condizioni glaciali fra circa 10mila anni, in un’evoluzione naturale non modificata dall’uomo. Gli stessi ricercatori sottolineano però che le emissioni hanno già deviato quella traiettoria.
Altri modelli forniscono tempi differenti. Una ricerca pubblicata nel 2025 su Communications Earth & Environment colloca l’avvio naturale intorno a 50mila anni da oggi, adottando una diversa impostazione modellistica.
Questi risultati non vanno sommati come se descrivessero un’unica previsione. Lo studio su Barnes esamina l’inizio osservabile della crescita locale; le simulazioni globali adottano criteri e scenari propri. La data della prossima glaciazione dipende anche da come viene definito il suo avvio.
Quanto conta la CO₂ e perché il risultato non ridimensiona la crisi climatica
La concentrazione di anidride carbonica è uno degli elementi che influenzano la possibilità di sviluppare grandi calotte. Per questo le emissioni possono avere conseguenze che superano di molto la durata di una generazione.
Una ricerca del Potsdam Institute for Climate Impact Research, pubblicata nel 2016, stimava che emissioni cumulative di 1.000-1.500 gigatonnellate di carbonio potessero rinviare una nuova glaciazione di almeno 100mila anni. Si tratta di uno scenario specifico: le quantità sono espresse in carbonio e non vanno confuse con tonnellate di CO₂.
Il modello del 2025 introduce ulteriori distinzioni: le emissioni storiche considerate, circa 500 petagrammi di carbonio, non ritarderebbero significativamente l’avvio rispetto ai suoi 50mila anni naturali; un totale di 1.000 petagrammi lo rinvierebbe invece di altri 50mila anni.
Non emerge quindi una sola cifra valida per ogni ricerca, ma un quadro nel quale contano metodo, quantità emesse e definizione del fenomeno.
Per i lettori, la conseguenza pratica è interpretare correttamente il titolo: la possibile interruzione di una futura glaciazione non cancella i rischi del riscaldamento attuale. Il rapporto climatico canadese del 2026 documenta perdite di massa dei ghiacciai, con un’accelerazione negli ultimi decenni.
Il nuovo studio aggiunge una prospettiva: l’attività umana sta modificando non soltanto le temperature presenti, ma anche processi dei ghiacci che si sviluppano nell’arco di millenni.









