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Dopo il Festival Internazionale del Riso, il presidente Andrea Tiso richiama l’attenzione sulla filiera risicola italiana. Tra le priorità indicate ci sono una nuova gestione dell’acqua, investimenti tecnologici e maggiori tutele rispetto alle importazioni dal Sud-Est asiatico.

La filiera italiana del riso è sottoposta a una pressione crescente, stretta tra gli effetti della crisi climatica, la disponibilità incerta di acqua e la concorrenza delle produzioni provenienti dai Paesi extraeuropei. A lanciare l’allarme è Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro, dopo la conclusione del Festival Internazionale del Riso di Vercelli.

L’appuntamento ha riacceso l’attenzione su un comparto centrale per l’agricoltura nazionale. L’Italia è infatti il principale produttore di riso dell’Unione europea, con una coltivazione concentrata soprattutto in Piemonte e Lombardia.

«È una filiera strategica, ma oggi deve fare i conti con difficoltà sempre più evidenti», afferma Tiso. Le criticità riguardano tanto la produzione nei campi quanto la capacità delle aziende agricole di restare competitive in un mercato segnato dall’aumento dei costi e dall’ingresso di riso straniero a condizioni considerate meno onerose.

Italia primo produttore europeo, ma la filiera è sotto pressione

Il primato italiano è stato ribadito anche durante il Tavolo nazionale del riso, convocato a luglio dal Ministero dell’Agricoltura. Secondo le stime dell’Ente Nazionale Risi, nel 2026 la superficie coltivata si attesta intorno a 233.500 ettari, sostanzialmente stabile rispetto ai 234.732 ettari del 2025.

La risicoltura italiana non rappresenta soltanto un settore produttivo. Intorno alle risaie si è sviluppato un patrimonio fatto di varietà storiche, tecniche agricole, sistemi irrigui, paesaggi e specialità gastronomiche conosciute anche all’estero.

Il comparto sta però attraversando una fase definita critica dalle organizzazioni agricole. Lo stesso Ente Nazionale Risi ha richiamato più volte la necessità di una maggiore collaborazione tra agricoltori e industria, segnalando i rischi economici per il sistema produttivo della Pianura Padana.

A incidere sui bilanci aziendali sono i costi dell’energia, dei mezzi tecnici e della gestione irrigua, ai quali si aggiungono l’instabilità delle quotazioni e la concorrenza internazionale. Una combinazione che può ridurre i margini dei produttori anche in presenza di superfici coltivate relativamente stabili.

Siccità e caldo minacciano disponibilità d’acqua e rese

La coltivazione del riso necessita di una gestione attenta e continuativa dell’acqua. Periodi prolungati di siccità, temperature elevate e precipitazioni irregolari possono mettere in difficoltà i sistemi irrigui, soprattutto nei momenti più delicati del ciclo produttivo.

«Il serio rischio di una diminuzione delle rese non può essere sottovalutato e impone una nuova strategia nazionale ed europea sull’acqua», sottolinea il presidente di Confeuro.

La questione non riguarda esclusivamente la quantità della risorsa disponibile. Per garantire continuità alle coltivazioni servono infrastrutture efficienti, riduzione delle perdite, sistemi di accumulo e una programmazione capace di conciliare gli impieghi agricoli con quelli civili, industriali ed energetici.

La scarsità d’acqua può avere conseguenze pratiche dirette per gli agricoltori, aumentando i costi di produzione e rendendo più incerta la resa finale. Nel medio periodo, una minore disponibilità di prodotto nazionale potrebbe incidere anche sulla capacità di approvvigionamento dell’industria e sull’andamento dei prezzi.

Tiso propone di investire nelle nuove tecnologie, includendo anche i dissalatori, ma inserendo questi strumenti in una più ampia politica di gestione della risorsa idrica. La dissalazione, infatti, può offrire un contributo in alcuni territori, ma richiede energia, infrastrutture e valutazioni ambientali. Non può quindi sostituire da sola la manutenzione delle reti e la pianificazione dei bacini.

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Importazioni dal Sud-Est asiatico, il nodo delle tutele europee

Alla crisi climatica si aggiunge il tema delle importazioni. Confeuro chiede di contrastare quello che definisce un ingresso «indiscriminato» di riso proveniente soprattutto dal Sud-Est asiatico, ritenuto capace di esercitare un’ulteriore pressione sui produttori italiani.

Una parte delle importazioni nell’Unione europea beneficia del regime commerciale Everything But Arms, conosciuto come EBA. Il sistema europeo permette ai Paesi meno sviluppati di esportare beni nel mercato comunitario senza dazi e senza contingenti, con l’eccezione delle armi e delle munizioni. Le caratteristiche del regime sono illustrate dalla Commissione europea.

Il confronto politico riguarda la possibilità di attivare più rapidamente clausole di salvaguardia quando l’aumento delle importazioni mette in difficoltà i produttori europei. Nell’aprile 2026 è stata respinta in sede europea la proposta italiana di abbassare dal 45% al 20% la soglia per l’attivazione di una misura di tutela.

A settembre è invece salito da 30 a 42,50 euro per tonnellata il dazio sul riso semigreggio, come comunicato dall’Ente Nazionale Risi. Il provvedimento riguarda però soltanto una parte degli scambi e non risolve tutte le preoccupazioni della filiera.

Per Confeuro, il punto centrale è assicurare condizioni di maggiore equilibrio tra il prodotto italiano, sottoposto agli standard ambientali e produttivi europei, e quello importato.

Una nuova governance dell’acqua per difendere il riso italiano

Secondo Andrea Tiso, la risposta deve passare attraverso una strategia condivisa che coinvolga istituzioni, comunità locali, agricoltori e imprese. La gestione delle emergenze non sarebbe sufficiente senza una programmazione di lungo periodo e investimenti adeguati.

La priorità è rendere più efficiente l’impiego dell’acqua, sostenere l’innovazione nelle aziende e garantire regole commerciali capaci di evitare squilibri. Servono inoltre ricerca su varietà più resistenti, agricoltura di precisione e sistemi di monitoraggio in grado di utilizzare la risorsa idrica in base alle reali esigenze delle colture.

«Solo attraverso una programmazione condivisa e investimenti adeguati sarà possibile difendere una filiera strategica per l’agricoltura italiana e affrontare concretamente gli effetti della crisi climatica», conclude Tiso.

La sfida riguarda quindi l’intera catena, dal campo alla trasformazione. Senza interventi strutturali, il rischio è una progressiva perdita di redditività per le aziende e un indebolimento del primato produttivo italiano in Europa.

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