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Al Sant’Orsola un uomo di 54 anni e una donna di 51 hanno ricevuto un rene grazie al cizutamig, utilizzato per ridurre gli anticorpi che impedivano il trapianto. A distanza di mesi entrambi stanno bene: il risultato apre nuove prospettive, ma resta preliminare.

Per tredici anni hanno aspettato un rene che il loro organismo potesse accogliere. Un’attesa particolarmente difficile, perché il problema non era soltanto la disponibilità di organi: il loro profilo immunologico rendeva estremamente improbabile trovare un donatore compatibile.

Al Policlinico Sant’Orsola di Bologna, un trattamento sperimentale ha permesso di superare questa barriera. Un uomo di 54 anni di Ravenna e una donna di 51 anni del Bolognese, entrambi altamente iperimmunizzati, sono stati sottoposti con successo a trapianto di rene dopo la somministrazione di cizutamig, un anticorpo bispecifico impiegato per ridurre gli anticorpi responsabili dell’incompatibilità. 

Il risultato, annunciato il 4 novembre 2026, arriva dal Centro trapianti diretto dal professor Gaetano La Manna. A distanza di alcuni mesi dagli interventi, i due pazienti presentano una buona funzione del rene trapiantato e condizioni cliniche favorevoli. 

La novità mondiale riguarda questa specifica strategia di desensibilizzazione, cioè il trattamento che prepara il paziente a ricevere l’organo riducendo l’ostacolo immunologico. Non significa che sia stato eliminato ogni rischio di rigetto, né che il medicinale sia già disponibile per tutte le persone in lista d’attesa.

Perché alcuni pazienti aspettano un rene per tanti anni

La compatibilità tra donatore e ricevente è uno degli elementi decisivi nel percorso verso il trapianto. In alcuni pazienti sono presenti anticorpi anti-HLA, diretti contro caratteristiche immunologiche che possono essere presenti sui tessuti del donatore.

Questi anticorpi possono svilupparsi dopo trasfusioni, gravidanze o precedenti trapianti. Quando riconoscono un numero molto elevato di possibili donatori, le opportunità di ricevere un organo compatibile si restringono drasticamente. Il Centro nazionale trapianti descrive questa condizione come una delle cause di attese particolarmente prolungate. 

Essere iperimmunizzati, quindi, non significa avere genericamente difese immunitarie “troppo forti”. Significa possedere anticorpi che possono rendere problematico l’incontro con molti degli organi disponibili.

Per i due pazienti trattati a Bologna, questa situazione aveva impedito per anni di arrivare all’intervento. «Noi abbiamo il paziente numero uno al mondo, il numero due è stato fatto a Barcellona e abbiamo anche il numero tre», ha spiegato La Manna, ricostruendo la successione dei primi casi. 

Il primato bolognese va dunque letto in questo contesto: il Sant’Orsola ha trattato due dei primi pazienti al mondo con la nuova strategia. Nel percorso internazionale sono coinvolti anche l’Hospital Universitari Vall d’Hebron di Barcellona e la Charité di Berlino.

La possibilità di intervenire sugli anticorpi prima dell’operazione può ampliare le opportunità di abbinamento, offrendo una prospettiva a persone per le quali la ricerca di un donatore sembrava non avere sbocchi.

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Come funziona il cizutamig e che cosa cambia

Il cizutamig è un anticorpo bispecifico: può riconoscere contemporaneamente due bersagli differenti. Uno è BCMA, presente sulle plasmacellule, le cellule che producono anticorpi; l’altro è CD3, presente sui linfociti T.

Il meccanismo avvicina i linfociti T alle cellule bersaglio, favorendone l’eliminazione. La molecola è tuttora indicata come sperimentale nella documentazione di UCB, che ha acquisito la società sviluppatrice Candid Therapeutics.

Nel trapianto, l’obiettivo è intervenire sulla produzione degli anticorpi che ostacolano la compatibilità. La differenza rispetto alla sola rimozione degli anticorpi già circolanti consiste nel colpire anche le cellule che li generano: una strategia che punta a un effetto più profondo e persistente. 

Nei due casi bolognesi, il trattamento ha consentito una progressiva riduzione degli anticorpi anti-HLA e di quelli diretti contro il donatore, rendendo possibile procedere al trapianto.

Secondo quanto comunicato dalla Regione Emilia-Romagna, la diminuzione è proseguita anche dopo l’intervento. È un elemento incoraggiante, che dovrà essere valutato attraverso il monitoraggio nel tempo. 

Definire il cizutamig semplicemente un “nuovo antirigetto” rischia però di nasconderne la particolarità. In questa esperienza è stato utilizzato soprattutto per rendere possibile il trapianto, abbassando una barriera che esisteva già prima dell’operazione. Il risultato annunciato non dimostra che possa sostituire automaticamente le terapie necessarie a proteggere successivamente l’organo.

Uso compassionevole e prospettive: cosa devono sapere i pazienti

A Bologna il medicinale è stato somministrato per uso compassionevole. È un percorso regolato, diverso dalla disponibilità ordinaria di un farmaco e distinto dall’arruolamento in una sperimentazione clinica.

Come spiega l’Agenzia italiana del farmaco, questo accesso può riguardare medicinali sperimentali destinati a persone con malattie gravi, rare o in pericolo di vita, quando ricorrono le condizioni previste, tra cui l’assenza di valide alternative terapeutiche. La fornitura avviene gratuitamente da parte dell’azienda produttrice. 

L’esperienza del Sant’Orsola non equivale quindi all’apertura di una nuova terapia per tutti gli iperimmunizzati. Per chi è in attesa, il riferimento resta il proprio centro trapianti, che può valutare il profilo immunologico, le opportunità disponibili e l’eventuale appropriatezza di percorsi specifici.

Due casi riusciti offrono una prova di fattibilità importante, ma non permettono ancora di stabilire efficacia, sicurezza e durata del beneficio su larga scala. Serviranno ulteriori osservazioni e studi per comprendere quali pazienti possano trarne vantaggio e con quali risultati nel lungo periodo.

L’interesse scientifico riguarda anche possibili applicazioni in altri trapianti, ancora da verificare. Il cambiamento già documentato, invece, è concreto: per due persone rimaste in attesa per tredici anni, una barriera immunologica considerata quasi insuperabile è stata ridotta abbastanza da consentire finalmente l’intervento.

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