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Stop alla riforma della medicina generale: si complica il piano per le Case della Comunità

La riforma dei medici di famiglia voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci subisce una brusca battuta d’arresto. Dopo settimane di confronti tra Governo, Regioni e rappresentanti della categoria, il progetto di riordino della medicina generale si è arenato a causa delle divisioni interne alla maggioranza di centrodestra.

Al centro dello scontro c’è la proposta di introdurre, almeno in parte, il rapporto di dipendenza per i medici di medicina generale chiamati a operare all’interno delle nuove Case della Comunità previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Una soluzione che avrebbe dovuto rafforzare la presenza dei professionisti sul territorio e garantire servizi continuativi ai cittadini, ma che ha incontrato forti resistenze sia politiche sia sindacali.

Cosa prevedeva la riforma Schillaci

Il progetto elaborato dal Ministero della Salute insieme alle Regioni non puntava a eliminare completamente il sistema convenzionale che oggi regola il lavoro dei medici di famiglia.

La proposta prevedeva infatti un modello misto:

  • mantenimento del rapporto convenzionato come forma principale;
  • introduzione della dipendenza per alcune attività svolte nelle Case della Comunità;
  • maggiore integrazione con infermieri, specialisti e servizi territoriali;
  • presenza strutturata nelle nuove reti assistenziali previste dal PNRR.

L’obiettivo dichiarato era rendere più efficace la medicina territoriale e alleggerire la pressione su pronto soccorso e ospedali.

Fratelli d’Italia e Forza Italia bloccano il progetto

Le maggiori resistenze sono arrivate proprio dai partiti della maggioranza.

In particolare, Marcello Gemmato aveva già espresso nelle scorse settimane la contrarietà di Fratelli d’Italia all’ipotesi di trasformare i medici di famiglia in dipendenti pubblici.

Secondo il partito della premier Giorgia Meloni, il rapporto convenzionale resta il modello più adatto per garantire autonomia professionale e vicinanza ai cittadini.

Ancora più netta la posizione di Forza Italia.

Il vicepremier Antonio Tajani e la senatrice Stefania Craxi hanno criticato apertamente il progetto, sostenendo che i medici di famiglia non debbano essere trasformati in “anonimi burocrati” all’interno delle Case della Comunità.

Anche la Lega avrebbe manifestato forti perplessità, contribuendo allo stallo del provvedimento.

Perché le Case della Comunità sono al centro del dibattito

La questione non riguarda soltanto i medici di famiglia.

Le Case della Comunità rappresentano infatti uno degli interventi più importanti della Missione Salute del PNRR e dovrebbero diventare il fulcro dell’assistenza territoriale italiana.

Secondo il piano finanziato con fondi europei, queste strutture dovranno offrire:

  • assistenza sanitaria di prossimità;
  • presa in carico dei pazienti cronici;
  • servizi infermieristici;
  • attività specialistiche;
  • supporto sociosanitario integrato.

Il problema evidenziato da molti osservatori è che senza una presenza stabile dei medici di medicina generale le nuove strutture rischiano di non raggiungere gli obiettivi per cui sono state progettate.

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La protesta dei sindacati dei medici

Sul fronte professionale la principale opposizione è arrivata dalla FIMMG.

Il sindacato aveva già proclamato lo stato di agitazione contestando il metodo utilizzato dal Governo e denunciando l’assenza di un confronto preventivo con la categoria.

Tra le principali preoccupazioni espresse dai medici:

  • perdita dell’autonomia professionale;
  • indebolimento del rapporto fiduciario con i pazienti;
  • aumento dei vincoli organizzativi;
  • minore attrattività della professione;
  • rischio di ulteriore carenza di professionisti.

La FIMMG ha inoltre sottolineato che il problema della medicina generale non può essere risolto esclusivamente modificando il rapporto di lavoro.

Una crisi che dura da anni

Il blocco della riforma non cancella le criticità che interessano da tempo la medicina territoriale italiana.

Secondo i dati della Fondazione GIMBE e delle principali organizzazioni sanitarie, il sistema soffre per:

  • pensionamenti massicci;
  • carenza di nuovi medici;
  • aumento dell’età media dei professionisti;
  • difficoltà nel trovare un medico di famiglia in molte aree del Paese;
  • crescita della domanda assistenziale dovuta all’invecchiamento della popolazione.

In alcune regioni migliaia di cittadini risultano già privi di un medico di medicina generale assegnato.

Cosa succede adesso

Dopo lo stop politico, il Governo dovrà decidere come procedere.

Le possibili strade sono:

  • riscrivere il testo eliminando o riducendo l’ipotesi della dipendenza;
  • rafforzare il sistema convenzionale attuale;
  • aprire un nuovo confronto con Regioni e sindacati;
  • rinviare la riforma a una fase successiva della legislatura.

Nel frattempo resta aperto il problema dell’operatività delle Case della Comunità, molte delle quali sono già state realizzate o finanziate attraverso il PNRR.

La sfida della sanità territoriale resta aperta

Lo stop alla riforma rappresenta una battuta d’arresto significativa per il ministro Schillaci e per il piano di riorganizzazione della sanità territoriale.

Tuttavia il nodo resta irrisolto: come garantire ai cittadini una medicina di prossimità efficiente, accessibile e integrata con gli altri servizi sanitari.

Tra esigenze organizzative, tutela dell’autonomia professionale e vincoli imposti dal PNRR, il futuro dei medici di famiglia continua a essere uno dei temi più delicati per il Servizio Sanitario Nazionale.

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