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Missili Tomahawk, bombardamenti vicino allo Stretto di Hormuz e attacchi contro installazioni militari americane in Kuwait, Bahrein e Giordania. La crisi tra Washington e Teheran entra in una nuova fase mentre i negoziati diplomatici sembrano sempre più lontani.

La guerra a bassa intensità tra Stati Uniti e Iran è tornata a infiammarsi. Nelle ultime ore Washington ha lanciato una nuova serie di attacchi contro obiettivi militari iraniani, mentre Teheran ha risposto rivendicando azioni contro basi americane presenti in diversi Paesi del Golfo.

L’escalation arriva dopo giorni di tensioni crescenti nello Stretto di Hormuz, una delle aree più strategiche al mondo per il traffico energetico internazionale.

Secondo quanto riferito dal presidente Donald Trump, le forze statunitensi avrebbero impiegato 49 missili Tomahawk e condotto una serie di bombardamenti aerei contro installazioni iraniane. Tra le località colpite figurerebbero Bandar Abbas, Qeshm e Hengam, zone considerate cruciali per il controllo militare dello stretto.

Il Pentagono ha definito l’operazione un’azione di “diplomazia coercitiva” e di autodifesa, sostenendo che gli attacchi abbiano preso di mira radar, difese aeree e strutture militari iraniane utilizzate per minacciare il traffico marittimo nella regione.

La risposta dell’Iran: nel mirino le basi Usa nel Golfo

La reazione iraniana non si è fatta attendere.

I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver colpito strutture militari statunitensi in Giordania, Bahrein e Kuwait, accusando Washington di aver violato il diritto internazionale con i raid effettuati nelle ultime ore.

Secondo le autorità iraniane, alcuni attacchi avrebbero preso di mira basi che ospitano personale e mezzi militari americani. La Giordania ha confermato l’intercettazione di diversi missili diretti verso aree strategiche del Paese, mentre Bahrein e Kuwait hanno attivato i sistemi di difesa e gli allarmi di sicurezza.

Il Kuwait ha inoltre disposto la chiusura temporanea dello spazio aereo come misura precauzionale, mentre diversi Stati del Golfo hanno rafforzato i livelli di allerta per il rischio di ulteriori attacchi.

Al momento non risultano conferme ufficiali su vittime o danni significativi alle installazioni militari statunitensi coinvolte.

Trump: «Israele non è coinvolto». Ma i negoziati restano in stallo

Sul fronte politico, Donald Trump ha cercato di chiarire il ruolo degli alleati regionali.

Il presidente americano ha dichiarato che Israele non avrebbe preso parte all’operazione militare, sottolineando che l’intervento è stato condotto esclusivamente dalle forze armate statunitensi.

Trump ha inoltre sostenuto che esponenti iraniani avrebbero cercato contatti per fermare gli attacchi, affermando però che Washington è pronta a riprendere le operazioni nelle prossime ore se non arriveranno aperture concrete sul piano negoziale.

Una versione immediatamente smentita dai media di Stato iraniani, secondo i quali non vi sarebbe stato alcun contatto diretto tra la leadership della Repubblica Islamica e la Casa Bianca.

Nel frattempo, secondo indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale, la delegazione di mediatori del Qatar avrebbe lasciato Teheran senza progressi significativi nei colloqui destinati a ridurre la tensione tra le parti.

Perché lo Stretto di Hormuz resta il punto più delicato della crisi

Gran parte degli scontri si concentra attorno allo Stretto di Hormuz, passaggio marittimo attraverso cui transita una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio e gas.

Ogni escalation nella zona provoca immediatamente timori sui mercati energetici e sulla sicurezza delle rotte commerciali internazionali.

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di minacciare la navigazione commerciale e di utilizzare basi radar e sistemi missilistici per controllare il traffico navale. Teheran, dal canto suo, sostiene di agire per difendere la propria sovranità e respingere la presenza militare americana nel Golfo Persico.

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Il rischio di un allargamento del conflitto

La nuova ondata di attacchi conferma che il confronto tra Washington e Teheran è entrato in una fase estremamente delicata.

La presenza di basi americane in diversi Paesi del Golfo, il coinvolgimento indiretto degli alleati regionali e la centralità strategica dello Stretto di Hormuz aumentano il rischio di una crisi più ampia.

Al momento non si registrano segnali concreti di de-escalation e i tentativi di mediazione internazionale sembrano attraversare una fase di stallo. Con entrambe le parti che continuano a rivendicare il diritto di reagire agli attacchi subiti, il timore della comunità internazionale è che il conflitto possa estendersi ulteriormente nei prossimi giorni.

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