Il nuovo decreto lavoro sceglie di non introdurre una soglia salariale minima fissata per legge. Al centro restano i contratti nazionali, insieme a incentivi per l’occupazione stabile e nuove regole contro il caporalato digitale
Il tanto discusso salario minimo legale resta ancora fuori dalla normativa italiana. Con il nuovo Decreto Primo Maggio 2026, approvato dal Governo e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 aprile, l’esecutivo ha scelto infatti di non fissare una paga minima obbligatoria valida per tutti i lavoratori.
Una decisione che continua ad alimentare il confronto politico e sindacale, soprattutto dopo mesi di dibattito pubblico sul tema dei salari bassi e del lavoro povero in Italia.
Il decreto-legge n. 62/2026 punta invece a rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva nazionale, riconoscendo come riferimento principale per il cosiddetto “salario giusto” i contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali considerate maggiormente rappresentative.
In pratica, il Governo sceglie ancora una volta di affidare la tutela salariale ai contratti nazionali piuttosto che introdurre una soglia economica fissata direttamente dalla legge.
Il provvedimento affronta però anche altri temi molto importanti legati al lavoro, tra cui:
- incentivi all’occupazione stabile
- sostegno ad assunzioni di giovani e donne
- misure per le aree ZES
- contrasto al caporalato digitale
- tutela dei lavoratori delle piattaforme online
Salario minimo, perché il Governo ha scelto di non introdurlo
Il tema del salario minimo legale divide la politica italiana ormai da anni. Chi sostiene la misura ritiene necessario fissare per legge una soglia minima sotto la quale nessun lavoratore possa essere pagato.
Secondo il Governo, però, il sistema italiano avrebbe già uno strumento di tutela salariale rappresentato proprio dalla contrattazione collettiva nazionale.
Con il Decreto Primo Maggio viene infatti formalizzato il principio secondo cui il parametro per stabilire una retribuzione adeguata resta il contratto collettivo firmato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.
L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di evitare salari troppo bassi senza però introdurre una soglia unica valida per tutti i settori economici.
Contratti collettivi e “salario giusto”, cosa cambia davvero
Il decreto rafforza quindi il peso dei CCNL, cioè i contratti collettivi nazionali di lavoro, che diventano il riferimento centrale per valutare l’adeguatezza delle retribuzioni.
Secondo diversi esperti di diritto del lavoro, questa scelta consolida un modello già molto radicato in Italia ma lascia ancora aperti alcuni interrogativi sui settori dove i contratti applicati prevedono compensi molto bassi o dove esistono fenomeni di dumping salariale.
Il tema resta particolarmente delicato soprattutto nei comparti caratterizzati da:
- precarietà
- part time involontario
- lavoro povero
- appalti e subappalti
- piattaforme digitali
Incentivi lavoro 2026, focus su giovani, donne e ZES
Oltre alla questione salariale, il Decreto Primo Maggio introduce nuove misure dedicate agli incentivi contributivi per favorire l’occupazione stabile.
Particolare attenzione viene riservata:
- alle assunzioni giovanili
- all’occupazione femminile
- ai lavoratori impiegati nelle aree ZES
- ai contratti a tempo indeterminato
Le Zone Economiche Speciali rappresentano infatti uno dei punti centrali della strategia governativa per attrarre investimenti e aumentare l’occupazione soprattutto nel Mezzogiorno.
Secondo il Ministero del Lavoro, il nuovo sistema di incentivi punta a rendere più conveniente per le aziende assumere stabilmente invece di ricorrere a forme contrattuali precarie. (lavoro.gov.it)
Caporalato digitale e piattaforme online, arrivano nuove regole
Uno degli aspetti più innovativi del decreto riguarda il cosiddetto caporalato digitale, fenomeno sempre più discusso negli ultimi anni.
La crescita del lavoro intermediato da piattaforme online ha infatti aperto nuovi problemi legati a:
- tutele insufficienti
- compensi bassi
- algoritmi opachi
- gestione automatizzata del lavoro
Il decreto introduce quindi un primo quadro normativo pensato per rafforzare la protezione dei lavoratori delle piattaforme digitali e contrastare forme di sfruttamento mascherate da innovazione tecnologica.
Secondo molti osservatori, questa parte del provvedimento potrebbe diventare una delle più importanti nei prossimi anni, considerando la crescita costante della gig economy e del lavoro tramite app.
Decreto Primo Maggio 2026, il dibattito resta aperto
Nonostante il nuovo intervento normativo, il confronto sul salario minimo resta tutt’altro che chiuso.
Sindacati, imprese e opposizioni continuano infatti a dividersi sulla scelta di non introdurre una soglia legale inderogabile valida per tutti i lavoratori.
Da una parte c’è chi considera la contrattazione collettiva uno strumento sufficiente e più flessibile. Dall’altra chi ritiene invece necessario fissare una protezione economica minima garantita per legge.
Nel frattempo il Decreto Primo Maggio 2026 ridisegna una parte importante delle politiche del lavoro italiane, tra incentivi all’occupazione stabile, tutela dei lavoratori digitali e nuovo rafforzamento del ruolo dei contratti collettivi.









